La Fenice e l’Urogallo
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A questo punto possiamo ancora chiederci se l’aspetto della mitica Fenice sia stato originariamente ispirato da un uccello reale: ma quale? Per tentare di formulare un’ipotesi ragionevole, partiamo dal fatto che gli antichi scrittori che si occuparono della Fenice da un lato ne elogiarono il canto, dall’altro la paragonarono ad un gallo o a un’aquila, solitamente appollaiati su un grande albero. Ciò detto, leggiamo il passo dell’Iliade in cui Ipno, il dio del sonno, “salì su un abete altissimo, il più alto che allora crescesse sull’Ida, che si innalzava nell’aria fino al cielo. Qui si appollaiò, nascosto tra i rami dell’abete, simile all’uccello dalla voce limpida che sui monti gli dei chiamano khalkis e gli uomini kymindis” (Il. 14, 287-291).
Ma di quale uccello si tratta? Non è mai stato identificato fino ad ora. Tuttavia, appare chiaro che l’immagine di questo straordinario albero con il suo misterioso uccello corrisponde a quanto si legge nel De ave phoenice, dove la Fenice, appollaiata sulla cima dell’albero più alto, al sorgere del sole intona un canto meraviglioso. Questa corrispondenza è rafforzata dal fatto che questo uccello “dalla voce limpida” – menzionato da Omero insieme a un dio e a un abete altissimo che “si innalzava nell’aria fino al cielo” – aveva due nomi, uno dato dagli uomini e l’altro dagli dei, il che avvalora l’idea che si trattasse di un animale particolare, a cui il poeta attribuisce una certa importanza.
Insomma, se da un lato la Fenice appare come un mitico uccello canoro paragonabile sia al gallo che all’aquila, ma la vera identità del volatile che potrebbe averne ispirato l’immagine è sempre rimasta misteriosa, dall’altro finora nessuno è mai riuscito ad appurare la reale identità del khalkis omerico, l’uccello dalla voce limpida nascosto fra i rami di quell’altissimo abete e simile al dio del sonno.
Ma a questo punto la corrispondenza tra le caratteristiche della mitica Fenice e il khalkis omerico suggerisce un’ipotesi che sembra in grado di risolvere entrambi gli enigmi contemporaneamente. Infatti, considerando che khalkis (χαλκίς) ha la stessa radice di khalkos (χαλκός, “bronzo o rame”), con probabile riferimento ai riflessi metallici del suo piumaggio, questo enigmatico “uccello dalla voce limpida” tra i rami di un abete appare identificabile con un volatile molto particolare. Si tratta dell’urogallo, o gallo cedrone (Tetrao urogallus), il più grande dei gallinacei, “frequente nelle foreste settentrionali di abeti, delle cui gemme si nutre” (Tripodi, 2013, p. 263).
L’urogallo maschio sfoggia una sgargiante livrea colorata, dai riflessi metallici, in cui spiccano il petto verde-acciaio lucido, la testa con il collo e il dorso blu, le ali color bronzo, una bellissima coda a ventaglio di colore blu, screziata di bianco, e una caratteristica membrana rosso fuoco attorno agli occhi (Fig. 5).

Fig. 5. A sinistra: un urogallo con il suo sgargiante piumaggio dai riflessi metallici e gli occhi cerchiati di rosso; a destra: l’immagine stilizzata dell’urogallo nell’emblema della Regione Centrale (Keski-Suomi) della Finlandia.
Ma ciò che è più tipico di questo grande uccello è la sua straordinaria vocazione canora. Il canto dell’urogallo maschio inizia alle prime luci dell’alba, quando per gli altri uccelli la primavera non è ancora arrivata e la foresta è ancora silenziosa. L’urogallo, posizionato fieramente sul grosso ramo di un albero dove sta di vedetta, con le penne della coda sollevate a ventaglio, il collo eretto, il becco puntato verso il cielo, inizia il suo tipico gorgheggio per impressionare le femmine, emettendo richiami intensi e gutturali che echeggiano nella foresta, udibili fino a grandi distanze (Klaus, 2012, p. 183). A questo punto, appare evidente perché questo grosso gallinaceo, che col suo canto inconfondibile al sorgere del sole risveglia tutta la natura, abbia un rapporto speciale con Hypnos, il dio omerico del sonno.
Per quanto riguarda le sue dimensioni, molto più grandi di quelle di un gallo, il maschio può arrivare fino a 90 cm di lunghezza e 5 kg di peso. Ha quindi all’incirca le dimensioni di un’aquila, che Erodoto paragona alla Fenice egizia. Ciò sembra coerente con il fatto che, quando le mitologie antiche tentano di identificare la Fenice con un uccello reale, oscillano tra il gallo e l’aquila. L’urogallo, infatti, ha una sgargiante livrea, simile a quella del gallo (a cui è strettamente imparentato), nonché il suo richiamo mattutino, ma ha le stesse dimensioni dell’aquila. E certamente, questo uccello “dalla voce limpida” come ci dice Omero, grande, fiero e bellissimo, non passa inosservato: non a caso la sua sagoma è l’emblema del Keski-Suomi, una regione della Finlandia (Fig. 5).
Tra l’altro, il fatto che Omero collochi l’urogallo nell’Ida (Il. 14, 287), nome di una regione montuosa alle spalle di Troia – che il poeta non descrive mai come una montagna singola, bensì come una regione scoscesa e selvaggia (Il. 8, 47-48) – appare coerente con la nostra ipotesi sull’originaria ambientazione nordica dei poemi omerici (Vinci, 2017; Vinci, 2024b), il che spiega tutte le apparenti assurdità geografiche in essi contenute. Per inciso, secondo questa ipotesi, peraltro supportata da numerosissimi indizi, i poemi omerici si riferirebbero ad eventi precedenti alla discesa dei “biondi Achei” nel Mediterraneo e all’inizio della civiltà micenea in Grecia. Ciò consente immediatamente di spiegare tutte le innumerevoli contraddizioni, geografiche e di altro tipo, presenti nei due poemi. In particolare, la regione montuosa dell’Ida, che Omero colloca alle spalle di Troia, può essere identificata come un territorio ben preciso della Finlandia meridionale (Vinci 2021, p. 156; Vinci 2024b, p. 1358), che è ricco di foreste di abeti, l’habitat dell’urogallo.
In breve, la prima traccia della Fenice e dell’Albero Cosmico nella letteratura occidentale sembra trovarsi nel passo dell’Iliade letto in precedenza, in cui l’aspetto naturalistico si lega alla dimensione mitica che traspare dal rapporto tra l’urogallo e il dio del sonno, nonché dal fatto che uno dei suoi due nomi gli era stato dato dagli dei (per non parlare di quell’“abete altissimo che si innalzava fino al cielo”).
Notiamo anche, a proposito del leopardiano “Gallo Silvestre” citato in precedenza, che questa espressione è la traduzione letterale di cock-of-the-woods, uno dei nomi dell’urogallo nel mondo anglosassone (questa corrispondenza forse meriterebbe ulteriori indagini da parte degli specialisti).
A tutti gli indizi che sembrano indicare che il misterioso uccello menzionato nell’Iliade sia l’urogallo, vorremmo aggiungere un ulteriore elemento. Si riferisce a una caratteristica comportamentale tipica di questo animale, che si distingue per il suo atteggiamento estremamente aggressivo durante la stagione degli amori, al punto che alcuni individui arrivano a sfidare gli esseri umani e persino animali di grossa taglia come cinghiali e caprioli. Il livello di testosterone in alcuni maschi “devianti” può addirittura superare di cinque volte quello di altri maschi (Milonoff, 1992, p. 556).
Ma questa aggressività anomala, estremamente accentuata, suggerisce un significato plausibile per il nome che, secondo Omero, gli uomini avevano dato a questo uccello: kymindis (κύμινδις). Infatti, a nostro avviso, esso appare riconducibile al verbo kymainō (κυμαίνω), “essere furioso, arrabbiato, agitato”, che ben si attaglia alla sua natura particolarmente bellicosa. Per inciso, il verbo kymainō – dal termine kŷma (κῦμα, “schiuma”), riferito anche alla schiuma del mare, che infatti quando è in tempesta si dice che è “agitato”, come se fosse in preda alla rabbia – corrisponde al nostro “schiumare” (e, non a caso, in italiano diciamo “schiumare di rabbia”). In definitiva, ci sembra plausibile che kymindis possa essere una arcaica forma participiale e che significhi qualcosa come “schiumante”.
Affidiamo questa ipotesi ai linguisti per ulteriori indagini, che, se positive, potrebbero dare ulteriore sostegno all’ipotesi che questo enigmatico uccello sia identificabile con l’urogallo, anche considerando che l’altro nome, khalkis, attribuitogli dall’Iliade, ben corrisponde a una delle sue caratteristiche distintive, ovvero la lucentezza metallica del suo piumaggio. Insomma, se la plausibilità dell’accostamento di kymindis al verbo kymainō sarà confermata, si avrà la convergenza simultanea tra due delle caratteristiche più tipiche dell’urogallo – una legata al suo aspetto, l’altra al suo comportamento – e i rispettivi significati dei nomi che Omero attribuisce all’“uccello dalla voce limpida, che gli dei chiamano khalkis e gli uomini kymindis”.
È evidente, tuttavia, che l’urogallo può riflettere solo alcune delle caratteristiche attribuite alla Fenice (quali il peso e le dimensioni, la straordinaria bellezza, il canto mattutino ed il legame con il sole nascente), non la sua immortalità. È infatti normale che una metafora, per quanto azzeccata, non possa esprimere tutte le caratteristiche dell’entità che intende rappresentare.
Per quanto riguarda il suo habitat, l’urogallo non vive né sulle coste del Mediterraneo né in Anatolia, il che spiega l’impossibilità di identificarlo nel contesto tradizionale del mondo omerico. Ma come si può spiegare la persistenza del ricordo delle sue peculiari caratteristiche tra popoli lontani dalle foreste di abeti? A questo proposito, abbiamo già accennato al fatto che durante l’età del bronzo dovevano esistere importanti rotte commerciali tra l’Europa e il Mediterraneo orientale. Inoltre abbiamo visto che, secondo studi recenti, l’arte della navigazione si era presumibilmente sviluppata già durante l’era megalitica, quando, grazie all’Optimum Climatico Olocenico (HCO), le temperature medie erano significativamente più elevate di quelle odierne. Ora, è ragionevole supporre che il raffreddamento climatico connesso alla fine dell’HCO abbia costretto popolazioni che all’epoca vivevano nell’estremo nord a migrare verso regioni situate a latitudini inferiori, lontane dalle foreste di abeti che costituiscono l’habitat naturale dell’urogallo. Sebbene l’argomento richieda ulteriori studi e approfondimenti, già questa considerazione può contribuire a spiegare in qual modo il ricordo di questo straordinario uccello canoro, grande come un’aquila, si sia conservato in regioni anche molto distanti e molto diverse dal suo ambiente originario.
Conclusioni
In questo articolo abbiamo innanzitutto confrontato la figura della mitica Fenice tramandata dalle fonti classiche con figure analoghe presenti nelle mitologie di popoli e culture anche molto lontani nello spazio e nel tempo. Ora, considerando anche che i nomi tradizionali di alcune stelle corrispondono a nomi di uccelli, è emersa l’ipotesi che l’immagine della Fenice appollaiata sull’Albero del Mondo nasconda una metafora astronomica: il mitico uccello che muore e rinasce potrebbe essere simbolo della stella polare, la quale, a causa della precessione dell’asse terrestre, non rimane sempre la stessa ma viene periodicamente sostituita da un’altra stella, che nel tempo si avvicina di più della precedente al polo nord celeste, diventandone in un certo senso la reincarnazione. Questo spiega perché la Fenice sia stata direttamente collegata alla regalità, potendo anche simboleggiare efficacemente il passaggio della corona dal re defunto al suo successore.
A questo punto, abbiamo notato che lo sviluppo della navigazione e del commercio a lunga distanza anche in tempi molto antichi, come rivelato da studi recenti, conferisce plausibilità all’ipotesi dello scambio di informazioni astronomiche, che potrebbe spiegare la diffusione della figura della Fenice tra culture anche diverse e lontane tra loro.
Successivamente, quando ci siamo chiesti se le fattezze della Fenice fossero state inizialmente ispirate da un uccello reale, un confronto con un passo dell’Iliade che menziona un uccello non ancora identificato ci ha portato a ipotizzare che alcuni aspetti della figura della Fenice siano stati ispirati dallo splendido piumaggio, dalle dimensioni e dal comportamento peculiare dell’urogallo. Ma abbiamo anche discusso i limiti associati a questa identificazione, per quanto riguarda sia gli aspetti simbolici, sia quelli geografici, poiché l’urogallo non vive né sulle coste mediterranee né in Anatolia. Riguardo a quest’ultimo punto, abbiamo ipotizzato le ragioni – presumibilmente legate al cambiamento climatico dovuto alla fine dell’Optimum Climatico Olocenico – che potrebbero aver spinto alcune popolazioni antiche ad abbandonare le terre che avevano precedentemente condiviso con l’urogallo.
In ogni caso, anche se nel corso dei secoli si è perso non solo il ricordo dell’urogallo, ma anche il significato astronomico nascosto dietro la metafora della Fenice appollaiata sul suo altissimo albero, questa immagine simbolica, grazie al suo straordinario potere evocativo, ha continuato a essere trasmessa nonostante la perdita del suo significato originario, al punto da diventare metafora di altri concetti, quali l’immortalità e la resurrezione.
Sarebbe in ogni caso opportuno che studi futuri indagassero a fondo i contatti diretti o indiretti tra le diverse civiltà la cui mitologia presenta una figura simile alla Fenice. Questo contesto più ampio esula dallo scopo di questa analisi, però riteniamo che senz’altro meriti ulteriori approfondimenti e future ricerche. Dopotutto, è noto che in ogni campo del sapere, la proposta di una soluzione a un problema porta spesso alla necessità di affrontarne di nuovi.
L’articolo originale in lingua inglese è leggibile sul sito https://www.athensjournals.gr/mediterranean/2025-6655-AJMS-Vinci-02.pdf
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