………io scrissi quella lettera a Papa Wojtyla!

“Ditelo al Papa – mi urlò, – come stiamo sopravviviamo qui”, mentre intorno a noi esplodevano le bombe di mortaio.

    Imperversava la guerra nel Sud Est Asiatico tra i Khmer Vietnamiti che dopo aver conquistato il potere nel Vietnam. Stavano invadendo la Cambogia, ed i loro Tank erano già arrivati vicino ai confini Thailandesi. Era il 1980 ed erano comandati dal famigerato e sanguinario PolPot che aveva sulla coscienza già cinque milioni di Cambogiani massacrati crudelmente. Migliaia di Cambogiani, intere famiglie, anziani, giovani, abbandonando tutto, premevano sui confini Thailandesi, dove si creava quella zona di nessuno.

   Giancarlo ed io, eravamo di ritorno dal Borneo, dove abbiamo fatto alcune immersioni e girato delle riprese subacquee. Verso mezzogiorno atterriamo a Bangkok in Thailandia, nostro scalo intermedio, prima di ripartire per l’Italia. Appena scesi nello scalo, notiamo subito un’atmosfera strana, di persone intente animatamente a dialogare, altri che leggevano giornali. Prendiamo il nostro taxi verso l’albergo, dove ci saremo fermati tre giorni per goderci un po’ di vacanza in più. Subito il Tassista ci chiede: avete sentito cosa sta succedendo? Sui confini abbiamo la guerra, rischiamo un’invasione dei Khmer; dalla sua voce sentiamo che era molto preoccupato mentre ci descriveva le atrocità dei Khmer.

   Lungo il tragitto, incuriositi, chiediamo: quanto distano i confini? Quante ore occorrono per raggiungerli?  Giancarlo ed io ci guardiamo negli occhi e quasi contemporaneamente chiediamo al tassista se era disposto ad accompagnarci. Dopo una trattativa sul costo, acconsente. Veloce disbrigo di documenti in albergo e siamo nuovamente in macchina verso i confini di guerra. L’intento è di fare un reportage, delle riprese, tutto per poter documentare dal vivo la situazione. Lungo la strada file interminabili di carri armati, mezzi militari e specialmente colonne di soldati. L’atmosfera era tesa, ma proseguiamo veloci, nessuno ci ferma. Anche noi tre osserviamo da un finestrino all’altro senza parlare.

    Era pomeriggio inoltrato, lasciamo la statale e ci inoltriamo in un rivolo di stradine; intorno a noi solamente fitta boscaglia. Ci rendiamo conto di esserci persi, ci fermiamo, ma ecco spuntare da una strada laterale una camionetta bianca della croce rossa, frena davanti a noi alzando un enorme polverone. Scendono in due, camici bianchi insanguinati, medici pensiamo. Ci urlano: ma chi siete? Che ci fate qui? A meno di cinquecento metri ci sono i carri armati T54 dei Khmer, si combatte, ma non sentite i colpi e le raffiche, scappate subito, tornate indietro, seguiteci. Spariscono nella boscaglia, sempre lasciando una scia di polvere.

Disorientati, non abbiamo il tempo di renderci conto della situazione, tutt’intorno a noi sbucano dalla boscaglia una trentina di guerriglieri super armati. Il sangue si gela nelle vene, non sappiamo come reagire, guardiamo il nostro tassista con le mani alzate che tremava come una foglia e pregava chissà quale divinità. Notiamo i loro visi giovanissimi, non sembra abbiano cattive intenzioni, non ci puntano contro le loro armi.  Si avvicina un guerrigliero con una fascia rossa sulla fronte, il comandate pensiamo. Ci fa delle domande per noi incomprensibili,

il tassista abbassando le braccia risponde a varie domande. Ci stanno chiedendo chi siamo.

Spiegagli che non abbiamo armi, siamo dei reporter italiani per documentare. Il guerrigliero fa cenno con il capo di seguirlo. Non abbiamo scelta, impauriti ci incamminiamo nella boscaglia, in una situazione irreale, con a destra e sinistra gli altri guerriglieri che ci seguono. Una decina di minuti di cammino, la boscaglia si dirada per aprirsi in una radura senza orizzonte. Davanti ai nostri occhi increduli centinaia di tende improvvisate, migliaia di persone, uomini, donne, bambini in uno scenario dantesco. Benvenuti nel campo di Nang MacMoon. Duecento cinquantamila persone fuggite dalla Cambogia, nella famosa zona cuscinetto, zona di nessuno tra due confini, tra carri armati e tra due eserciti. Seguiamo i guerriglieri, tra centinaia di volti

Impauriti, disperati in un’atmosfera di angoscia. Arriviamo al centro, tra la marea di tende improvvisate con ogni mezzo a disposizione. Ecco che ci indicano alcune tende militari dove, gentilmente ci chiedono di entrare.

Alcuni si siedono, altri si accovacciano per terra, molti si tolgono le armi. Iniziano le domande dirette al nostro autista: chi siamo? perché siamo li? cosa cerchiamo…e l’autista a sua volta in un pessimo inglese traduceva. Pochi secondi ancora e da lontano si sentono due forti colpi, tutti scattano in piedi, tesi ad ascoltare la provenienza. Quello accanto a noi, ci fa cenno col capo, questi non arrivano. Il tassinaro ci traduce, sono colpi di mortaio dei Khmer oltre la boscaglia, ci martellano giorno e notte. Le loro orecchie erano talmente allenate, che percepivano la direzione dei colpi, ma specialmente il tempo di arrivo. L’atmosfera intanto si era allentata, e così iniziano a raccontarci: Siamo Khmer bianchi, seguaci del principe Sianuk deposto in Cambogia dai Khmer comunisti rossi con a capo il famigerato PolPot. Prima che invadessero il nostro paese, dove PolPot faceva uccidere crudelmente tutta la classe media, ci siamo laureati, e lavoravamo come impiegati, specialmente insegnanti. Li portano nelle risaie a centinaia e centinaia, con le mani legate  infilano un sacchetto di plastica in testa e stringono attorno al collo..

Noi siamo fuggiti in tempo, con le nostre famiglie, camminando di notte, per giorni attraverso la boscaglia, risaie, paludi, Molti sono rimasti indietro, specialmente i nostri anziani, molti sono morti di stenti. Di notte molti di noi tornano a cercare i propri famigliari o portare del cibo, Ma molti di noi non tornano. I Khmer di notte si radunano nella boscaglia e minano tutto intorno gli accampamenti, molti ragazzini saltano per aria sulle mine antiuomo.

   Improvvisamente da lontano altri tre forti schiocchi in successione. In un attimo silenzio di tomba, occhi che per istinto guardano verso l’alto, orecchie tese. Pochi secondi …. un urlo: questi arrivano! Tutti corrono fuori dalla tenda, attorno a noi un fuggifuggi generale. Mi sento preso di forza per la camicia, e pochi passi dopo letteralmente scaraventato in una buca, tipo trincea, che non avevo notato. Cado rovinosamente su altri corpi, un attimo dopo mi piomba sopra un altro e un altro corpo ancora. Si tappano con le mani le orecchie, sento i loro respiri affannati, l’odore acre di sudore, pochi secondi ancora ed è un susseguirsi di forti esplosioni, quelle che ti vibrano in pancia, la terra che trema, la paura che ti assale. Poi, silenzio di tomba, pieni di terra usciamo con difficolta uno dopo l’altro, quasi non riconosco i volti da quanta polvere c’è attorno a noi. I ragazzi corrono in una direzione, li dove sono cadute le bombe. Dio Mio, che spettacolo! Sangue ovunque, gambe, cadaveri, corpi mutilati sparsi ovunque, tra il fumo e la polvere che ancora si levavano.  Quelle scene che non vorresti aver mai visto. Sento una mano che mi porta via, indietreggiando e ammutolito torniamo nella tenda.

Uno dei guerriglieri in uno stentato inglese mi dice: “io sono cattolico e quando rientri a Roma dillo al Papa, raccontagli come moriamo qui”! Ricordo che gli risposi:” d’accordo, ma non è che incontro il Papa al bar la mattina a far colazione”.

   Ormai s’era fatto buio, ci scortano fuori dal campo, molti bambini ci salutano. Una decina di loro ci accompagna fino alla statale che porta a Bankok. Un tragitto di ritorno in silenzio, nessuno dei tre accennava a parlare, come usciti da un sogno mentre nelle orecchie mi risuonava il grido: “dillo al Papa”.

     Tornati a Roma, e con il desiderio di fare qualcosa, iniziammo a raccogliere aiuti presso amici, medici, case farmaceutiche. Nella mente mi ripetevo: “dillo al Papa”.

Io scrissi tutto d’un fiato una lettera indirizzata a Papa Woytila che descriveva a caldo ciò che avevo vissuto con Giancarlo, consegnai la lettera a un’amica, Maria Luisa D’Attilia, allora Presidente delle Dame Di Maria Cristina, nobildonne dedite alla beneficenza e vicine al Vaticano, che mi promise che avrebbe fatto arrivare la lettera in segreteria.

    Era il 26 Dicembre del 1981 all’Angelus, Papa Wojtyla lesse questa mia lettera dalla finestra di S. Pietro al mondo.

Santo Padre mi scrivono

    Un impegno, una promessa fatta solamente pochi giorni fa sui confini della Cambogia, unici reporter ad essere arrivati nel campo di NangMak Moon: Le parlo di gente dimenticata, in un campo fantasma che solamente per caso abbiamo scoperto. Non credevamo ai nostri occhi, era il 15 novembre ad un solo kilometro dalla Cambogia. Davanti a noi un accampamento di duecentocinquantamila persone, accampati gli uni sugli altri, relitti umani, denutriti, scheletriti, ai limiti della sopravvivenza. Non le descrivo le scene dei feriti, dei mutilati, dei bambini nei cui occhi non esistevano più nemmeno le lagrime. Servono medicinali urgenti, specialmente antidiarroici, antibiotici, antimalarici, molti hanno la malaria.  Incombe sul campo l’incubo di un’epidemia di colera.

        “Ditelo al Papa” sono state le loro ultime parole e noi abbiamo mantenuto la promessa.

Grazie all’appello del Papa, ritornammo poco dopo laggiù con le prime otto tonnellate di aiuti…. Ma questa è un’altra storia.

( You Tube  “lettera a Papa Wojtyla dalla Cambogia”)

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