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Tornando ora all’albero ed ai suoi singolari inquilini, potrebbe non essere una coincidenza che l’immagine dell’aquila, del serpente e dell’albero si trovi anche nei miti di fondazione di due città molto distanti, la città fenicia di Tiro (Medlej, 2013) e la città azteca di Tenochtitlan (Bahr, 2004), così come al centro della bandiera messicana (Fig. 3).

È interessante notare che l’immagine dell’aquila in lotta col serpente compare anche nell’Iliade. Mentre i Troiani attaccano l’accampamento acheo, un’aquila appare sul campo di battaglia “tenendo tra gli artigli un enorme serpente rosso” (Il. 12, 202); tuttavia, il serpente riesce a ferire l’aquila (204) costringendola ad abbandonare la presa e fuggire (205-207). Questo è considerato un “prodigio” di Zeus (209), dal valore profetico, come ribadisce un soldato troiano nei versi successivi, quando invano suggerisce ad Ettore di desistere dall’attacco (216-229), che poi avrà un esito disastroso per il suo esercito. Se ne può dedurre che l’immagine dell’aquila e del serpente fosse strettamente legata ai destini umani (il che ne spiega il rapporto con i miti di fondazione di certe città).
Ma ora, dopo aver verificato che in diverse mitologie esiste una stretta relazione tra la figura della Fenice e l’Albero Cosmico, è giunto il momento di indagarne il significato metaforico.
La Fenice e la Stella Polare
Ma come può collegare l’idea della Fenice – un uccello soggetto ad un ciclo infinito di morti e rinascite, e che per di più, essendo un uccello, più di ogni altro tipo di animale sembrerebbe incarnare un’idea di leggerezza e di instabilità – a quella dell’Albero Cosmico, che invece si pone come emblema di stabilità e di permanenza attraverso il tempo? In realtà, un accenno che sembra metterne in dubbio l’immutabile stabilità poco fa lo abbiamo sentito: “Quando esso vacillerà, si avrà indizio sicuro dell’imminente fine del mondo”,
L’asse terrestre, infatti, non rimane sempre fisso, ma si muove gradualmente nel tempo con un moto lentissimo ma continuo, che dà luogo ad un fenomeno chiamato “precessione degli equinozi”. Si tratta di una rotazione simile a quella dell’asse di una trottola in movimento, che compie un giro completo in poco meno di 26.000 anni, il cosiddetto “Grande Anno” o “Anno Platonico” (che, come abbiamo visto in precedenza, Plinio mette direttamente in relazione col mito della Fenice). Di conseguenza, questa quasi impercettibile oscillazione dell’asse fa sì che le coordinate celesti degli astri visibili in un dato luogo cambino lentamente nel tempo.
Tra gli effetti della precessione vi è il fatto che il segno zodiacale corrispondente al sorgere del sole all’equinozio di primavera col tempo tende a spostarsi, seppur molto lentamente, e quindi, dopo due millenni o poco più, finisce per cedere il passo al segno che lo precede nella sequenza dei segni zodiacali. Durante l’epoca neolitica questo segno era la costellazione del Toro, che poi, per effetto della precessione, fu sostituita dall’Ariete e successivamente (intorno alla nascita di Cristo) dai Pesci. Ma l’età dei Pesci sta per finire: nel prossimo futuro sarà il turno dell’Acquario, e così via, fino a quando l’intero ciclo ricomincerà da capo.
Inoltre questo movimento dell’asse terrestre, oltre a determinare l’alternanza delle costellazioni zodiacali in cui il sole sorge all’equinozio di primavera, sposta il polo nord celeste, verso il quale l’asse è puntato, lungo un percorso circolare nel tempo. Nel corso dei millenni, ciò dà luogo alla successione delle stelle che, una dopo l’altra, assumono il ruolo di stella polare, ovvero la stella visibile a occhio nudo più vicina al polo nord celeste in un dato momento (Fig. 4).

Insomma, a partire dal prossimo secolo, il polo nord celeste inizierà ad allontanarsi dall’attuale stella polare, Alfa UrsaeMaioris, spostandosi lentamente verso Gamma Cephei, che è quindi destinata a diventare la polare che subentrerà all’attuale. La polare ancora successiva sarà Deneb, che verrà poi sostituita da Vega (che fu già stella polare attorno al 12.000 a.C.); ma a Vega poi subentrerà Alfa Draconis (che è già stata la polare al tempo delle Piramidi), fino a quando il ciclo non ricomincerà quando, tra circa 24.000 anni, Alfa UrsaeMaioris prenderà il posto di Kochab (Beta UrsaeMinoris) e tornerà ad essere la stella polare qual è ora.
Così, in un arco di tempo ben più lungo delle generazioni umane, il lentissimo ma inesorabile moto precessionario dell’asse terrestre dà origine, durante il Grande Anno, ad un’altrettanto inesorabile successione dei dodici segni dello zodiaco. Ciò corrisponde all’alternanza delle stelle che, ripetiamo, una dopo l’altra si avvicendano nel ruolo di stella polare, ossia la stella visibile che, per definizione, è più vicina al polo nord celeste, verso cui punta l’asse terrestre. La stella polare, quindi, dà l’impressione di segnare l’inizio e la fine dei cicli corrispondenti alle ere che prendono il nome dai segni zodiacali e che, secondo le credenze astrologiche (nell’antichità, gli astronomi spesso erano anche astrologi), hanno un forte impatto sugli eventi e sui destini degli uomini e dei popoli.
In breve, considerando che un concetto astratto come l’asse terrestre può essere rappresentato da una mentalità arcaica sotto forma di un albero altissimo, ovvero l’Albero Cosmico, che “era visto come ciò che unisce cielo e terra, rappresentando una connessione vitale tra il mondo degli dei e quello degli umani” (Crews, 2003, p. 42), è naturale pensare alla stella polare, immobile alla sua sommità, come a un uccello appollaiato in cima all’Asse del Mondo, mentre le altre stelle, con il loro moto circolare attorno al polo nord celeste, possono essere paragonate ad uccelli che le volano attorno.
Notiamo infatti che il nome della stella Vega significa “avvoltoio che volteggia” (Schaaf, 2008), mentre le Pleiadi sono chiamate “le colombe”, peleiades in greco (Pindaro, Nemea 2, 11).
Questa interpretazione del mito della Fenice sembra anche supportata anche dal fatto che il colore rosso o dorato che le viene spesso attribuito corrisponde al colore rosso-arancio di Kochab, la polare che ha preceduto quella attuale.
Possiamo quindi ragionevolmente supporre che l’immagine dell’albero su cui sta appollaiata la Fenice sia una metafora dell’asse terrestre che punta verso la stella polare, attorno alla quale ruota il cielo notturno. Ciò è confermato dal fatto che il rapporto della Fenice con il Grande Anno, ossia l’intero ciclo della precessione, è chiaramente espresso da Plinio il Vecchio nel passo citato in precedenza.
A questo punto segnaliamo un frammento attribuito a Esiodo, secondo cui “Il corvo vive nove volte più a lungo di un uomo nel fiore degli anni; il cervo quattro volte più a lungo del corvo; il corvo tre volte più a lungo del cervo; la Fenice nove volte più a lungo del corvo; e noi, ninfe dai lunghi capelli figlie dell’Egioco Zeus, [viviamo] dieci volte più a lungo della Fenice” (Esiodo, fr. 304 Merkelbach-West).
Ma cosa significa “essere un uomo nel fiore degli anni”? Se consideriamo che l’età media per stabilire record mondiali in vari sport è circa 26 anni (https://www.wired.com/2011/07/athletes-peak-age/), l’età della Fenice risulta essere un numero molto vicino a quello del Grande Anno (9 x 26 x 4 x 3 x 9 = 25.272). Per inciso, questa coincidenza con la durata del ciclo della precessione degli equinozi è sorprendente e merita di essere approfondita, poiché l’epoca di Esiodo precede di diversi secoli quella di Ipparco (c. 190 – c. 120 a.C.), che è generalmente riconosciuto come “scopritore della precessione” (Jones, 2010, p. 36). Al riguardovaanchenotato che, secondo una controversa (ma ben argomentata e ben documentata) tesi di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend (2003), la scopertadellaprecessionedegliequinozidovrebbeesseredatata a un’epoca molto precedente a quantosiritieneattualmente.
La dimensione astronomica della Fenice spiega immediatamente anche l’immagine dello stranissimo gallo a cui Giacomo Leopardi dedicò una delle sue Operette morali (1827), intitolata Il Cantico del Gallo Silvestre, di cui qui riportiamo l’inizio: “Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il cielo e la terra, o vogliamo dire mezzo nell’uno e mezzo nell’altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo”.
È evidente la dimensione cosmica di questo singolare gallo sospeso tra la terra e il cielo, che qui sembra persino diventare un tutt’uno con l’albero su cui negli altri miti che abbiamo esaminato in precedenza sta appollaiato. Nel prosieguo del racconto, Leopardi cita esplicitamente il “Canto mattutino del Gallo Silvestro”, ma rimane vago sulla sua fonte: “Si è trovato in una cartapecora antica, scritto in lettera ebraica”.
Però a prima vista questo quadro astronomico potrebbe suscitare un’obiezione. Infatti, una caratteristica fondamentale della precessione dell’asse terrestre è la sua lentezza, corrispondente al fatto che l’alternanza delle stelle polari nel corso dei millenni avviene su periodi di tempo ben più lunghi di quelli di una vita umana. Ciò implica che in qualche antica civiltà di lunga durata possano essere esistiti astronomi in grado di misurare e tramandarsi di generazione in generazione le posizioni delle stelle nel firmamento con sufficiente precisione, e di conseguenza fossero in grado di misurarne gli spostamenti anche su periodi di tempo molto lunghi. Potrebbe quindi non essere un caso che la più antica testimonianza di un uccello mitologico paragonabile alla Fenice si trovi proprio nell’antico Egitto, che rimase sostanzialmente stabile per millenni e possedeva notevoli conoscenze astronomiche, come attestato dall’accurato orientamento dei monumenti egizi rispetto alle stelle. Ad esempio, la statua ka di Djoser nellasuatomba a Saqqara sitrovava in un serdab (un tipo di camera) alla base nord-orientaledellasuapiramide, inclinata di 17° per consentirle di osservare le stellecircumpolariattraverso due fori (Warburton 2012, p. 139); così pure, il tempio di Amon-Ra a Karnak era allineato al sorgere del Sole di metàinverno (Krupp, 1988, p. 487).
Ci si potrebbe anche chiedere come fosse possibile che anche altre civiltà meno longeve degli Egizi conoscessero la Fenice. Ciò può essere spiegato dal fatto che “Già nell’età del bronzo dovevano esistere rotte commerciali complesse e di vasta portata fra l’Europa e il Mediterraneo orientale” (Heidelberg, 2019).
Ora, se da un lato l’arte della navigazione indubbiamente favoriva la diffusione e lo scambio di conoscenze astronomiche anche tra popoli lontani, dall’altro richiedeva adeguate conoscenze astronomiche. Qui viene da pensare ad Odisseo che, navigando dall’isola Ogigia verso la Scheria, “seduto al timoneguidava con perizia la suazattera, senza maiaddormentarsimentreosservava le Pleiadi, Boote che tramontatardi e l’Orsa” (Od. 5, 270-273).
Inoltre, un altro studio recente ha dimostrato che “tecnologie marittime e di navigazione avanzate” erano già sviluppate durante l’età megalitica (Paulsson, 2019). In questo contesto, non sorprende che la conoscenza dell’astronomia, presumibilmente legata allo sviluppo della navigazione, si riscontri anche in quell’epoca remota. Si consideri, ad esempio, l’orientamento astronomico dei quadrangoli megalitici di Stonehenge, Crucuno (Francia) e Xarez (Portogallo) (Sparavigna, 2016), per non parlare del Cerchio di Goseck, una struttura neolitica in Sassonia-Anhalt (Germania) considerata uno dei più antichi “osservatori solari” al mondo, costruita intorno al 4900 a.C. (Literski-Henkel, 2017, p. 70).
In breve, lo sviluppo della navigazione e dei commerci anche in epoche remote rende plausibile l’idea che le informazioni astronomiche circolassero anche tra popoli distanti fra loro. A questo proposito sembra anche ragionevole supporre che, dato lo sviluppo della navigazione anche su lunghe distanze, non solo marinai e mercanti, ma anche studiosi e intellettuali, spesso appartenenti a famiglie nobili e facoltose, potessero trarne vantaggio per accrescere e scambiare le proprie conoscenze. Ad esempio, si dice che Pitagora abbia viaggiato in Egitto, Persia e Mesopotamia (Riedweg, 2005).
D’altronde le grandi distanze che separano le culture coinvolte in questo studio potrebbero contribure ad avvalorare l’idea che vi sia stata una civiltà preistorica dotata di notevoli conoscenze sia in campo astronomico che nell’arte della navigazione. Per inciso, visonoragioni per supporre che questa al momentoipoteticaciviltà, favorita dal fatto che durantel’eramegalitical’OptimumClimaticoOlocenico (HCO) rendevanavigabilel’OceanoArtico, siestendessefinoall’OceanoPacifico e allaPolinesia, dove in un articoloprecedenteabbiamolocalizzato, sulla base di una consistenteserie di indizi, imiticiCampiElisi (Vinci 2023). Infatti, l’HCO, che dal VII al III millennioa.C. rese verde e umidol’attualedeserto del Sahara (Gwin 2024, p. 84), avevacontemporaneamenteresonavigabilel’OceanoArticodurantel’estate e abitabili le sue coste, dove al postodellagelida tundra attualesiestendevanorigoglioseforeste di abeti (Pinna, 1977), come d’altrondeavverrà in un prossimofuturo in seguito al global warming. Infatti, a quel tempo le temperature medieeranoalquantopiù elevate di quelle odierne (Beierlein et al., 2015).
Ma torniamo alla Fenice, la cui identificazione con la stella polare è in grado di chiarire immediatamente il significato del suo rapporto con la regalità su cui ci siamo soffermati in precedenza. In effetti, la metafora della stella polare ben si adatta non solo alla Fenice ma anche al concetto di regalità, in cui i successori del fondatore di una dinastia assumono uno dopo l’altro la carica di re o di regina. Qui pensiamo a quei versi dell’Enrico VIII su cui ci siamo soffermati in precedenza, secondo i quali dalle future ceneri della regina Elisabetta, esplicitamente paragonata alla Fenice, il suo successore “sorgerà come una stella”! La corrispondenza è così calzante da farci sorgere il dubbio, se non la quasi certezza, che Shakespeare fosse già a conoscenza della dimensione astronomica della Fenice (perché in certi ambienti era già nota o perché proprio lui la aveva intuita? Ecco un nuovo intrigante interrogativo, che va ad accrescere quell’aura di mistero che circonda la sua vita e la sua figura). Ma molto interessante appare anche la figura dell’Imperatore della Cina, che, come pure abbiamo visto, era direttamente collegato al Feng e risiedeva nella Città Proibita Porpora, ossia la proiezione sulla Terra della stella polare attorno a cui ruota tutto il firmamento notturno.
Insomma, la mitica Fenice si è rivelata essere l’immagine e il simbolo della stella polare, che – pur essendo soggetta a un ciclo perenne di morti e rinascite, suggestiva metafora della successione di stelle che una dopo l’altra arrivano a occupare quella particolare posizione – resta perennemente sulla cima dell’Albero Cosmico, ovvero la proiezione dell’asse terrestre verso il polo celeste. Da lì essa è spettatrice e testimone, in ciascuna delle sue successive incarnazioni in ciascuna delle stelle destinate una dopo l’altra ad assumere questo ruolo, del perpetuo rinnovarsi dei cicli della vita, scanditi dai periodici cambiamenti nella disposizione delle costellazioni zodiacali, di cui i destini umani sulla Terra sono un riflesso – “Come in alto, così in basso”, come recita la Tavola di Smeraldo (Weisser, 1979, p. 54) – nell’eterno carosello della sfera celeste. Questo spiega perché sia esistita una sola Fenice in ogni epoca, e perché fosse così longeva.
Ma ora è giunto il momento di chiarire il significato metaforico del serpente che diverse mitologie associano all’aquila e all’Albero Cosmico.
Il Serpente e l’Albero, il Mulino del Cielo e i Cicli Cosmici
L’ipotesi di identificare la Fenice, il mitico uccello appollaiato sull’Albero Cosmico, con la stella polare ci permette di attribuire un significato metaforico anche al serpente che viene spesso associato ad un albero o a un uccello (o ad entrambi). Si pensi, ad esempio, all’aquila appollaiata sulla cima di Yggdrasill, l’albero sacro della mitologia nordica, la quale “scambia continuamente cattive parole con il serpente Nidhhöggr, che continuamente corrode le radici dell’albero” (Chiesa Isnardi, 1996, p. 548).
L’identificazione della Fenice con l’aquila, ovvero la stella polare, e del sacro albero Yggdrasill con l’asse terrestre spiega immediatamente il motivo di quei continui litigi: il serpente che corrode le radici dell’albero ne comprometterà col tempo la stabilità, causando quindi la “morte” dell’aquila, ovvero la sostituzione della stella che funge da stella polare con quella destinata ad ereditarne la funzione. Infatti, in termini astronomici, la precessione prodotta dal lento moto a trottola dell’asse terrestre ritarda il momento del perielio (il punto più vicino della Terra al Sole) di circa 20 minuti all’anno, e questo ritardo annuale – corrispondente a un ritardo di circa 3 secondi al giorno – accumulandosi nel corso dei secoli finirà per causare la “morte” dell’attuale stella polare, ovvero dell’aquila appollaiata in cima all’albero (ossia la Fenice).
Pertanto, se l’albero corrisponde all’asse terrestre e l’aquila alla polare, ne consegue che questo serpente che corrode le radici rappresenta una metafora molto calzante per la rotazione dell’asse, che, con il suo rallentamento, fa inesorabilmente deviare l’albero fino a provocare l’ineluttabile morte dell’aquila. Così si spiega subito perché il serpente che sta alla base dell’albero Huluppu “non conosce incantesimo”: nulla può fermarlo! Insomma, l’odio tra l’aquila e il serpente si inserisce perfettamente nella metafora astronomica nascosta dietro il mito della Fenice, e nel contempo la completa e la conferma.
Ma torniamo al fatto che il moto rotatorio dell’asse terrestre produce non soltanto l’alternanza delle stelle che a turno assumono il ruolo di stella polare, ma anche la successione ciclica, circa ogni duemila anni, delle costellazioni zodiacali in corrispondenza delle quali il sole sorge all’equinozio di primavera (Fig. 4). Gli antichi credevano che ciò avesse una profonda influenza sulle vicende umane.
Ora, l’importanza attribuita ai movimenti degli astri e delle costellazioni che scandiscono la ciclicità degli eventi e dei destini, appare di tutta evidenza nel concetto di “mulino del cielo”, che nella mitologia norrena “è immagine stessa del tempo che macina incessantemente le ere portando a compimento la misura loro assegnata (…) Il mulino per eccellenza del mito nordico è Grotti, che macina la prosperità e l’abbondanza del dio della fecondità. Dopo il progressivo scadimento delle ere esso sarà ingoiato dalle profondità dell’oceano (…) La maniglia che fa girare la macina pare essere immagine dell’asse terrestre che nel suo movimento disegna un cono. La natura stessa dei movimenti celesti, il passaggio del sole da un segno zodiacale ad un altro e il fenomeno della precessione degli equinozi sono legati all’idea della successione dei cicli (…) Il mulino del cielo scompare nelle profondità dell’oceano celeste quando il ciclo vecchio debba essere sostituito dal nuovo (Chiesa Isnardi, 1996, p. 183).
Infatti, secondo la mitologia nordica, il ciclo attuale è destinato a concludersi con il Ragnarök, il terribile “crepuscolo degli dei”, che vedrà la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos; tuttavia, dopo una serie di terrificanti catastrofi che sconvolgeranno l’ordine universale, “Alla fine Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto il mondo brucerà (…) Ma quando il fuoco di Surtr, dopo aver consumato ogni cosa, sarà spento, il mondo distrutto sarà rigenerato e una nuova era avrà inizio. Allora la terra riaffiorerà dalle acque del mare, tornerà verde e bella e cresceranno messi non seminate” (Chiesa Isnardi, 1996, p. 189). E in questo quadro, in cui tutto rinasce e si rinnova, non a caso l’aquila è la prima “che vola sul mondo allorché un nuovo ciclo ha inizio” (Chiesa Isnardi, 1996, p. 549).
Insomma, questo ciclo di morte e distruzione attraverso il fuoco, così come la successiva rinascita, riecheggia la storia della Fenice, la cui leggenda, in perfetta armonia con l’immagine dell’Albero-Asse del Mondo, prefigura il perenne svolgersi, concludersi e rinnovarsi dei cicli della vita e delle ere, scanditi dal susseguirsi di stelle che una dopo l’altra assumono il ruolo di stella polare.
È anche interessante notare che il ricordo della Fenice, nonostante la perdita del suo originario significato astronomico, ha continuato a essere trasmesso grazie al suo straordinario potere evocativo, pur essendo divenuta nel tempo metafora di concetti quali l’immortalità e la resurrezione, e persino di qualcosa che non esiste o di cui nessuno sa dove si trovi, come nell’opera buffa Così fan tutte, ovvero La scuola degli amanti, in cui Don Alfonso afferma: “Come l’araba Fenice:/ che vi sia ciascun lo dice,/ dove sia nessun lo sa” (qui Mozart, o meglio il suo librettista, riprende par pari il Metastasio). Ci si potrebbe perfino chiedere se il suo ultimo, inconscio ricordo non sia rintracciabile nella stella che adorna la cima dell’albero di Natale.
Infine, a suggello di queste considerazioni, ci piace riportare qui gli ultimi versi (101-110) del carme Phoenix del latino Claudiano: “O felice erede di te stessa! Ciò per cui tutti ci dissolviamo/ a te dà forza; tu trai origine/ dalle tue stesse ceneri, la tua vecchiaia muore senza che tu perisca./ Tu hai visto tutto ciò che è stato; tu sei la testimone/ del volgersi di tutti i secoli; tu sai in quale epoca/ il mare riversò le sue onde sugli scogli stagnanti,/ quale anno abbia preso fuoco per gli errori di Fetonte,/ e nessuna calamità ti porta via, ma unica superstite/ rimani della Terra sottomessa; per te le Parche/ fatali fili non tessono, né hanno il potere di nuocerti”.
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