Pier Giorgio Frassati: “l’uomo delle otto beatitudini”

Nonostante siano trascorsi cent’anni dalla sua morte, avvenuta il 4 luglio 1925, Pier Giorgio Frassati continua a essere una delle figure più affascinanti e provocatorie del cattolicesimo contemporaneo. Non il classico santo da immaginetta, ma un giovane che fumava la pipa, scalava montagne e ballava fino a notte fonda, eppure visse una vita di santità così radicale da essere beatificato da Giovanni Paolo II nel 1990 e canonizzato da Papa Leone XIV.

Nato il 6 aprile 1901 in una famiglia dell’alta borghesia torinese – il padre Alfredo era fondatore del quotidiano “La Stampa” e senatore del Regno, la madre Adelaide Ametis pittrice di talento – Pier Giorgio avrebbe potuto vivere una vita agiata e convenzionale. Scelse invece una strada diversa, scomoda, controcorrente.Studente di ingegneria mineraria al Politecnico di Torino, militante della FUCI e della Società San Vincenzo de’ Paoli, membro del Partito Popolare di don Sturzo, Frassati incarnò quella che potremmo definire una “santità laica integrale”. La sua fede non era relegata alla domenica mattina, ma permeava ogni istante della sua esistenza: dalle lezioni universitarie alle escursioni alpine, dalle veglie notturne accanto ai malati alle manifestazioni antifasciste.

Il suo motto, “Verso l’Alto”, scritto sul retro di una fotografia scattata durante un’escursione in montagna, racchiude il programma di una vita: tendere alla vetta, sia quella delle Alpi che quella spirituale, senza mai perdere di vista chi resta a valle.

Ciò che colpisce nella biografia di Frassati è la concretezza radicale della sua carità. Non si limitava a parlare dei poveri: li serviva personalmente, quotidianamente, quasi ossessivamente. Girava per i quartieri più degradati di Torino, portando cibo, medicine, coperte. Pagava affitti arretrati, trovava lavoro ai disoccupati, visitava malati terminali che nessuno voleva più vedere.I suoi biografi raccontano di come vendesse persino i suoi oggetti personali per soccorrere chi era nel bisogno. Una volta regalò il suo cappotto a un povero in pieno inverno, rischiando di ammalarsi. Quando la madre lo rimproverava per essere tornato a casa sporco e in disordine dopo le visite ai malati, rispondeva semplicemente: “Ricordati che Gesù viene a trovarci sotto forma di sofferente”.Non era assistenzialismo paternalista. Frassati vedeva nei poveri non oggetti di compassione, ma soggetti di dignità, volti del Cristo. La sua carità aveva qualcosa di rivoluzionario, di sovversivo rispetto a una società borghese che preferiva non guardare negli occhi la miseria.Per Pier Giorgio Frassati la fede cristiana era incompatibile con qualsiasi forma di totalitarismo. La sua adesione al Partito Popolare di Sturzo non era opportunismo politico, ma coerenza evangelica: credeva in una democrazia ispirata ai valori cristiani, nella dignità della persona, nella giustizia sociale.

Il 4 luglio 1925, a soli 24 anni, Pier Giorgio muore di poliomielite fulminante. Probabilmente contratta durante le sue visite ai malati nei quartieri poveri di Torino. Fino all’ultimo istante, febbricitante e sofferente, continuò a chiedere notizie dei “suoi” poveri, a raccomandare che non fossero abbandonati.I genitori si aspettavano un funerale intimo, riservato. Invece, migliaia di persone scesero in strada. Erano i poveri di Torino, quelli che Pier Giorgio aveva servito nel silenzio e nell’anonimato. Molti scoprirono solo in quel momento chi fosse veramente quel giovane signore che bussava alle loro porte con un sorriso e un pacco di viveri.

Fu la sua prima beatificazione, quella popolare, spontanea. Quella ufficiale sarebbe arrivata 65 anni dopo, quando Giovanni Paolo II – che lo definì “l’uomo delle otto beatitudini” – lo proclamò beato davanti a centomila giovani in piazza San Pietro.

Cosa può dire Pier Giorgio Frassati ai giovani di oggi? Innanzitutto che la santità non è una faccenda da vecchi o da religiosi. È possibile essere santi a vent’anni, perchéla santità non è astrazione dalla vita, ma immersione totale in essa.In secondo luogo, che fede e impegno sociale sono inseparabili. In un’epoca in cui molti riducono la religione a fatto privato o a vago sentimento spirituale, Frassati ricorda che credere significa necessariamente agire, sporcarsi le mani, pagare di persona.Infine, che la gioia è il segno distintivo del cristiano autentico. Pier Giorgio era un giovane allegro, pieno di vita, amante dello scherzo e dell’amicizia. La sua santità non era cupa o mortificata, ma luminosa e contagiosa. Sapeva che chi ha incontrato Cristo non può che irradiare quella gioia, anche e soprattutto nella sofferenza.

La Canonizzazione di Pier Giorgio è stato un segnale forte da parte della Chiesa che ha così indicato ai giovani del XXI secolo non un eroe impossibile, ma un compagno di strada credibile. Uno che ha vissuto le loro stesse sfide – lo studio, l’amicizia, la ricerca di senso, l’impegno politico – e le ha affrontate con la radicalità del Vangelo.

Pier Giorgio Frassati disturba. Disturba perché smonta i nostri alibi. Non possiamo dire che la santità sia impossibile nella vita ordinaria: lui l’ha vissuta da studente universitario. Non possiamo separare fede e giustizia sociale: lui le ha unite indissolubilmente. Non possiamo relegare il cristianesimo alla sfera privata: lui l’ha portato in piazza, nelle case dei poveri, nelle manifestazioni politiche.

A cent’anni dalla sua morte, questo giovane torinese continua a porci domande scomode. E forse è proprio questo il segno della sua santità: non darci risposte facili, ma provocarci a vivere con più coraggio, più coerenza, più amore.

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