Lectio Magistralis del Card. Pietro Parolin

Foto archivio privato Martina Luise
“L’incontro odierno ci unisce nel riflettere su come la pace e la giustizia possano tornare ad essere i pilastri dell’ordine fra le Nazioni e non limitarsi a semplici aspirazioni o a vuote rivendicazioni”, così Sua Eminenza il Cardinale Pietro Parolin Segretario di Stato, Cardinale Protettore e Gran Cancelliere della Pontificia Accademia Ecclesiastica, il 17.01.2026 in occasione del Convegno tenutosi per il 325° Anniversario della Fondazione della Pontificia Accademia Ecclesiastica, presso la Sala Ducale del Palazzo Apostolico. Questa Istituzione – ha sottolineato il Cardinale Parolin – “ha saputo custodire fedelmente la funzione di preparare i giovani sacerdoti chiamati ad esercitare il loro ministero nel servizio diplomatico della Santa Sede” […]“Siamo qui nel giorno in cui la liturgia fa memoria del Protettore della nostra Istituzione, Sant’Antonio Abate – afferma Sua Eminenza il Cardinale Parolin – (che) ci ricorda che è Dio a condurre la storia nel nostro quotidiano servizio; che l’obiettivo della pace e della giustizia, a cui la diplomazia pontificia ispira la sua azione, ci domanda amore per tutte le genti, qualunque ne sia la storia, la cultura, la realtà religiosa, gli usi e la collocazione geografica”.
Sua Eminenza parla con forza e determinazione di pace e dice in particolare una frase sulla quale vorrei porre particolare attenzione: “… in ogni angolo della terra c’è attesa del bene”. È questa un’affermazione talmente chiara e potente, che dovrebbe veramente squarciare gli animi di tutti, soprattutto dei potenti, affinché non facciano prevalere sentimenti di forza invece che di giustizia e che non permettano alla guerra di sostituire la pace. Il Cardinale Pietro Parolin in questa occasione ha tenuto un discorso veramente magistrale, che non lascia dubbi su quale sia l’orientamento della Chiesa nei confronti della guerra: “Nel contesto a dir poco critico per le relazioni internazionali – spiega Il Cardinale Parolin – non è difficile, purtroppo, riconoscere che la convivenza di persone e popoli abbia perso di vista le modalità per realizzare le aspirazioni più profonde della famiglia umana, ad iniziare dalla stabilità, dalla pace, dallo sviluppo economico e sociale. E questo, a diverso modo, tocca il mondo intero e non solo le aree dei conflitti. Basti pensare alle decisioni politiche che trovano sostegno solo sulla forza delle armi o alla volontà di potenza che ispira il linguaggio e le manifestazioni sullo scenario internazionale trovando la radice in comportamenti che per la loro gravità ed effetti vanno oltre le tragedie della guerra”.
Il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, sceglie di utilizzare un linguaggio molto chiaro ed obiettivo, ricordando la posizione sempre sostenuta della Chiesa e spiegando che si tratta di: “ Un cammino quanto mai arduo e faticoso, ma che proprio nei momenti di particolare difficoltà impegna tutti a costruire una visione del domani, sorretti da un’autentica speranza e dalla capacità di coinvolgimento personale. Sono questi i cardini che ispirano e conducono la riflessione del magistero della Chiesa in età contemporanea di fronte a conflitti e distruzioni. Penso a Benedetto XV che al tramonto del primo conflitto mondiale nell’enciclica Pacem Dei munus (1920) avanzò l’idea della pace come dono di Dio che andava però edificata secondo giustizia e attraverso l’apporto di ogni essere umano; a Pio XII che nel Radiomessaggio del Natale 1944, ancora durante il secondo conflitto mondiale, delineò nella giustizia un presupposto per costruire un pacifico ordine internazionale; a San Giovanni XXIII che nella Pacem in terris (1963) di fronte al baratro a cui conduceva il possibile uso dell’arma atomica, non esitò a ricordare quanto la pace necessiti della giustizia; a San Paolo VI che nella Populorum Progressio (1967) fa dello sviluppo il nuovo nome della pace; a San Giovanni Paolo II che nella Sollicitudo rei socialis (1987) reclama un grado superiore di ordinamento internazionale; a Benedetto XVI che nella Caritas in Veritate (2009) indica che la costruzione della pace esige l’azione della diplomazia; a Francesco che in Fratelli tutti (2020) propone un’architettura della pace che gli artigiani della pace debbono realizzare”.
Il Cardinale Parolin mette nettamente in evidenza come la Chiesa prosegue e mette tutto il suo impegno per la pace, perché è l’unica soluzione percorribile. “Pace e giustizia – spiega Sua Eminenza – sono ripresi nel loro significato più profondo poiché, come ci ha ricordato Papa Leone XIV sin dall’inizio del Suo ministero, affondano le loro radici nel mistero cristiano. Sono cioè un dono che si collega all’azione umana, la ispira e conduce alla «via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle Istituzioni sovranazionali» (Leone XIV, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026)”.
Due interrogativi complessi pone in questa sua Lectio Magistraliis il Cardinale Pietro Parolin, facendo un’analisi puntuale e eccelsa di ciò che abbiamo di fronte e di ciò di cui invece siamo manchevoli: “in un mondo sempre più dominato dal primato del conflitto, come la diplomazia può coniugare le odierne tragedie con le esigenze di un futuro di pace per popoli e Paesi? E quindi, come il diplomatico può operare rispetto a quanto sta avvenendo? Sinteticamente si potrebbe rispondere invitando a non limitarsi a leggere la realtà. Da essa, infatti, ricaviamo solo che l’emergenza è diventata la modalità di operare e il ricorso al conflitto è l’unico metodo utilizzato. Si deve invece purtroppo cogliere la mancanza di una progettualità nell’elaborare scelte politiche, regole giuridiche o programmi economici per ricostruire un ordine internazionale adeguato alle esigenze reali, pensato e finalizzato a costituire le «fondamenta internazionali di tutta la comunità umana al fine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il progresso in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi forma» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 84). [……] La diplomazia, allora, non può limitarsi a tutelare il singolo vantaggio o l’esigenza individuale, ma è chiamata a concorrere nell’edificare il bene comune, che resta obiettivo primario del vivere sociale in ogni comunità, quella statale e quella internazionale. Non si tratta di sommare il benessere dei singoli, ma di raggiungere «quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 26”).
Un riferimento molto bello e quanto mai puntuale e, dunque attualissimo, è quello che il Cardinale Parolin fa citando Sant’Agostino: “Possiamo operare per concorrere a questo processo se abbiamo coscienza che la pace rimane frutto della giustizia e non solo una conseguenza del buon agire (cfr. Agostino, Esposizione al Salmo 71). Un invito che per chi ha responsabilità è anche dovere!”
Nel corso dei questa sua Lectio, Sua Eminenza, il Cardinale Pietro Parolin cita sia Papa Leone XIV, che il Vangelo di Matteo, per mettere in evidenza come, da sempre, l’attenzione della Chiesa e dunque della nostra fede sia decisamente volta alla pace: «perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro» (Leone XIV, Udienza generale, 20 agosto 2025)»; «Solo così potremmo essere veri “operatori di pace” capaci di saziare «quelli che hanno fame e sete di giustizia» (Mt 5, 3-10).
A dimostrazione che non è solamente la Chiesa, ma anche filosofi di non poco conto e il cui pensiero talvolta è risultato anche scomodo per il cattolicesimo, ad avversare la guerra, Sua Eminenza, il Cardinale Pietro Parolin cita Immanuel Kant, che: “nel 1795, nel suo Per la pace perpetua indicava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti» (I. KANT, Scritti politici, Torino, 2010, 305)”.
Il Segretario di Stato dedica una lunga parte della sua Lectio alla spiegazione di ciò che arreca la volontà belligerante: “Di fronte alla violazione dei principi cogenti del diritto internazionale e delle regole base del vivere comune nella società degli Stati, della conflittualità proposta quale unico metodo per governare le relazioni internazionali, va superato quel senso di impotenza che si trasforma in angoscia di fronte ad un uso della forza che distrugge le aspirazioni di popoli, rende più gravi le disparità e pianifica equilibri ingiusti. […]La coscienza e la ragione non potranno ancora tollerare le violazioni di sovranità nelle forme più diverse, lo spostamento forzato di interi popoli, il cambiamento della composizione etnica di territori, la sottrazione dei mezzi necessari per lo svolgimento di attività economica o la limitazione delle libertà. La diplomazia della Santa Sede ha vissuto la storia ed è stata testimone di momenti che insegnano come l’apparire di fattori incontrollati e incontrollabili determina facilmente l’irrilevanza della forza. Questo è ancor più valido oggi di fronte ad una rapida connessione degli avvenimenti, alla loro immediata conoscenza e al conseguente facile ricorso a soluzioni immediate o a reazioni emotive. L’esatto opposto del discernimento e della ponderazione che dell’azione diplomatica sono caratteristiche essenziali. […] Nell’uso della forza che si sostituisce alle regole, nelle forme di intesa basate solo sul vantaggio e l’interesse di pochi, nella mancata capacità di affrontare le questioni comuni mediante soluzioni che coinvolgono tutti, ritroviamo la profonda crisi subita dal sistema multilaterale dei rapporti internazionali. Un’analisi più approfondita, però, evidenzia che non si tratta solo della volontà degli Stati di ridurre ad un ruolo marginale le Istituzioni internazionali, ma piuttosto dell’affermarsi di un multipolarismo ispirato dal primato della potenza e regolato dalla capacità di manifestare autosufficienza, dalla determinazione di preservare confini statali e ultra statali pensando che siano impermeabili […] Fattore caratterizzante del multipolarismo è il ricorso al conflitto – militare, economico, ideologico – che spesso non si limita al solo uso delle armi, ma sorregge orientamenti politici, sistemi di alleanze, diversa allocazione di risorse all’interno degli Stati. Questo fatto è ancora più preoccupante, poiché tocca non solo l’obiettivo che lo Stato o gli Stati intendono perseguire con l’azione militare, ma direttamente anche l’intero andamento dei rapporti internazionali. Infatti, si tratta di posizioni assunte non solo da Paesi parte di conflitti, ma anche da quelli che sostengono la necessità di sicurezza come via per prepararsi alla guerra o per avviare campagne di riarmo in forma preventiva. Sembra ormai dimenticato che il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza, e con essa gli spazi di sovranità e la vita di relazione di coloro che vivono sul loro territorio, non autorizza ad attivare azioni o attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale. Quella legalità che, nonostante i tanti limiti, aveva dato stabilità al sistema multilaterale, sostituendo lo iustum potentiae equilibrium presente nella vita internazionale con il divieto dell’uso e della minaccia della forza – guerra e deterrenza, dunque. Questo, come indicava Giovanni XXIII, per consentire che «al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia» (Pacem in terris, 61). Dal multipolarismo, oggi come nel corso della storia, si ricava che attraverso la corsa al riarmo è possibile realizzare solo una pace armata o instaurare un atteggiamento di reciproca sfiducia tra gli Stati. La deterrenza delle armi, l’ampliarsi dell’industria e della ricerca bellica sono la strada per l’isolamento e la chiusura, come pure la base per scelte di ordine politico, militare ed economico giustificate per anticipare o fronteggiare ipotetici attacchi. Chi opera nel contesto della diplomazia conosce bene come ciò che distingue la prevenzione dall’arbitrio può essere facilmente ignorato se si disattendono le norme giuridiche e i principi etici e morali che le ispirano e ne garantiscono la legittimità” […] “Tutto questo trova immediata conferma se volgiamo lo sguardo ai sanguinosi conflitti che diversi popoli stanno vivendo e che ci vedono spesso inermi spettatori. Anzi diventano sempre di più coloro che sono quasi disinteressati, anche perché incapaci di distinguere la veridicità di dati e informazioni, oppure perché preferiscono assumere le posizioni di una parte, così inserendo anche nel loro piccolo o grande mondo quotidiano la pratica della contrapposizione che è propria della guerra. In altri casi, poi, il disinteresse lascia trasparire quell’atteggiamento che emerge di fronte alla richiesta di assumere, ciascuno, la propria responsabilità e riecheggia le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gn 4, 9). Infine, non sono pochi quanti sostengono che nella vita della Comunità internazionale le guerre, i conflitti di diverso tipo, non sono mai mancati”.
In queste righe immediatamente precedenti Sua Eminenza mette in evidenza la reale crudezza di ciò che viviamo. Risulta allucinante, eppure è la mera evidenza dei fatti. Troppo spesso infatti non ci si sente partecipi delle sofferenze, inumane, dei fratelli che cercano di sopravvivere a situazioni che anche la mente più contorta stenterebbe a ipotizzare. Senza fantasticare troppo, basta aprire gli occhi e guardare, veramente, bambini, uomini e donne, anziani che d’improvviso perdono tutto il loro mondo per la mal pensata di qualche potente, o sedicente tale. Un vero personaggio che sa governare il potere, infatti, sino a prova contraria, è colui che lo esercita e lo custodisce esclusivamente salvaguardando il popolo, nei fatti e non nelle semplici parole. “Si è generata cioè – sottolinea proprio il Cardinale Segretario di Stato – la convinzione che la pace può nascere solo dopo che il nemico è stato effettivamente annientato”.
È da tenere sempre ben a mente, come spiega sapientemente Sua Eminenza, i Cardinale Pietro Parolin che: “…sono proprio le mancate risposte a egoismi, abusi, ingiustizie o posizioni che pensate per garantire confini e territori spengono la cultura della pace e la dimensione della giustizia, e cioè i fattori che tengono insieme una società creando coesione e garantendo le identità”.
Leave a Reply