Basilica di San Pietro gremita nel 20° della morte di Giovanni Paolo II

Basilica di San Pietro gremita nel 20° della morte di Giovanni Paolo II

San Giovanni Paolo II Papa, il 2 aprile di ben venti anni fa ci lasciava, per tornare alla Casa del Padre.

Vent’anni sono tanti, ma la sua mancanza si sente ancora forte, come fosse passato solo un giorno da quando gli abbiamo dato l’ultimo saluto.

Il 2 aprile 2025 Sua Eminenza il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha presieduto la solenne messa nel 20° anniversario della nascita al Cielo di San Giovanni Paolo II, nella incantevole Basilica di San Pietro in Vaticano.

È stato un alto momento della vita della Chiesa. Ancora una volta Giovanni Paolo II ha radunato intorno a sé un mare di persone. La Basilica era infatti traboccante: tanti i malati, tanti fedeli di ogni parte del mondo e tanti Cardinali e Vescovi. Per questo solenne anniversario era presenta anche il Presidente del Consiglio dello Stato Italiano Giorgia Meloni, che si è unita a tutti noi fedeli in preghiera e meditazione.

Il sentito saluto iniziale è stato tenuto dal Cardinale Stanisław Dziwisz, che ha ricoperto il ruolo di Segretario particolare di Giovanni Paolo II, dalla elezione sino alla morte:

“Cari Fratelli e sorelle,

il 2 aprile 2005, alla vigilia della festa della divina misericordia, si concludeva la fase della vita terrena e del pontificato di Giovanni Paolo II. Sono passati vent’anni da quel giorno e la Chiesa conserva ancora il ricordo commosso di un pastore venuto a Roma “da un paese lontano”, ma che, dopo un lungo pontificato, a cavallo tra il secondo e il terzo millennio della cristianità si è fatto vicino al cuore di milioni di fedeli in tutto il mondo. Lo testimonia la nostra presenza oggi e la nostra preghiera nella Basilica di San Pietro Apostolo, eretta sulla sua tomba, dove riposano anche le spoglie di San Giovanni Paolo II. Crediamo fermamente che egli stesso ora ci guardi dall’alto, sostenendo tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio verso l’eternità”.

L’omelia di Sua Eminenza il Cardinale Parolin è stata commovente e di grande profondità. Dalle parole che ha scritto e che ha poi donato a tutti noi presenti è emersa viva la commozione e l’emozione che lo stesso Cardinale Parolin stava provando. Questo ha toccato i cuori ed emozionato, unendo tutti noi fedeli in un unico e forte sentimento per il Grande Santo Uomo di Dio. 

Nella convinzione profonda che le parole di Sua Eminenza il Cardinale Parolin siano un dono per tutti, riporto di seguito il testo della sua omelia:

“Eminenze,

Eccellenze,

Cari sacerdoti, Religiosi e Religiose,

Distinte Autorità e Signori Ambasciatori

Cari fratelli e Sorelle

Questa celebrazione eucaristica avviene durante il cammino della Quaresima, ma è una celebrazione nella gratitudine e nella gioia, perché ci riunisce nella memoria benedetta della morte di un Santo – Giovanni Paolo II -, del suo dies natalis, il passaggio alla pienezza della vita.

La gran parte di noi ricorda assai bene quei giorni di venti anni fa. Ricordiamo la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, con la preghiera della folla accompagnata dall’immagine del Papa abbracciato alla croce nella sua cappella. Ricordiamo la sua apparizione alla finestra sulla Piazza per una benedizione pasquale ormai senza parole. Ricordiamo infine – insieme a tutta la Chiesa e a gran parte dell’umanità – l’attesa dell’incontro del nostro caro Papa con il Signore, che si è compiuto quando si era fatta sera, nella vigilia della Domenica della Misericordia.

E poi un afflusso crescente, incontenibile, inimmaginabile, denso di affetto e di gratitudine, in cui le folle venute a Roma per l’ultimo congedo terreno dal loro grande Pastore rappresentavano moltitudini ancora molto più estese, che si erano unite a lui in preghiera, nella sua prolungata malattia, solidale con la sofferenza del mondo, mentre si affidava con fiducia fra le braccia del Padre misericordioso.

Si compivano così le parole di Gesù che abbiamo ascoltato poco fa nel Vangelo di oggi: “In verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Gv 5,24).

Nella sua ultima composizione poetica – una toccante meditazione sulla soglia della Cappella Sistina (Trittico romano, 2003) – Giovanni Paolo II contemplava e leggeva l’intera realtà, dalla Creazione fino al Giudizio, alla luce dello sguardo di Dio, come una visione di Dio, che egli chiamava “il Primo Vedente”. E ricordava e ripeteva più volte le parole della Lettera agli Ebrei a lui molto care: “Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius – Tutto è scoperto e palese dinanzi ai Suoi occhi” (Eb 4,13).

Non c’è dubbio che tutta la sua vita e la sua missione si siano svolte in totale continua trasparenza dinanzi agli occhi di Dio. Chi è consapevole di vivere sotto lo sguardo di Dio non ha nulla da nascondere e non ha alcuna paura dello sguardo degli uomini. Qui sta certamente uno dei fondamenti dello straordinario coraggio e della costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II davanti agli uomini, in ogni situazione, in tutta la sua vita e in tutta l’eccezionale durata del suo pontificato. Non ha mai cercato di piacere agli uomini, ma a Dio. Ha vissuto davanti ai Suoi occhi.

Il nostro Santo Papa si riconosceva chiamato da Dio all’esistenza e al servizio del pontificato, ma anche da Lui assistito e protetto in modo straordinario. Durante gli Esercizi Spirituali nell’anno del Grande Giubileo, ricordando il giorno dell’attentato in Piazza San Pietro, egli annotava “per il suo testamento” queste parole: “La Divina Provvidenza mi ha salvato in modo miracoloso dalla morte. Colui che è unico Signore della vita e della morte, Lui stesso mi ha prolungato questa vita, in un certo modo me l’ha donata di nuovo. Da questo momento essa ancora di più appartiene a Lui. Spero che Egli mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio, al quale mi ha chiamato. Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà. “Nella vita e nella morte apparteniamo al Signore… siamo del Signore”” (Testamento del Santo Padre Giovanni Paolo II, 12-18 marzo 2000).

Nella stessa circostanza il Santo Pontefice ricordava anche come nel giorno della sua elezione il Cardinale Primate della Polonia, Stefan Wyszyński, gli aveva detto che “il compito del nuovo papa” sarebbe stato “di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio” (ivi). Ciò lo aveva preparato a comprendere la grande missione ecclesiale e storica che gli veniva affidata, e a cui egli si è impegnato a rispondere “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” nei ventisei anni del suo immenso pontificato, spingendosi fino agli angoli più lontani del pianeta, pellegrino instancabile “fino ai confini della Terra”, per portarvi l’annuncio del Vangelo di Gesù.

Ricordiamo bene come l’appuntamento del Grande Giubileo, a cui il suo sguardo mirava da molto tempo, sia stato il tempo culminante della sua esistenza, quasi il raggiungimento del compimento della sua missione. Nel suo amore appassionato per Gesù Cristo, considerava il mistero dell’Incarnazione come il centro della storia universale e voleva portare tutte le dimensioni della realtà, della Chiesa e dell’attività umana, a ritrovare il loro senso in rapporto alla persona del Cristo, “unico Redentore dell’uomo”, per “ricapitolare in lui tutte le cose del cielo come quelle della terra” (Ef 1, 9-10).

Non possiamo dimenticare quel grande passaggio della Porta Santa fra due millenni, come pure l’invito del Santo Papa, al termine del Grande Giubileo, perché la barca della Chiesa riprendesse il largo con fiducia nel mare del Terzo Millennio.  Ci ripeteva le parole di Gesù a Simon Pietro: “Duc in altum – Prendi il largo e gettate le reti per la pesca”, e la risposta di Pietro: “Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,4), (cfr Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6.1.2001). Le sue parole continuano a ispirarci, e riecheggiano in quelle del suo successore Francesco anche oggi, anche in questo nuovo Giubileo. Esso ci vede “Chiesa in uscita”, navigatori in acque agitate, ma pur sempre pellegrini di speranza alle sorgenti della misericordia e della grazia, guidati dal successore di Pietro, assistiti dallo Spirito Santo.   

Giovanni Paolo II ricordava con gratitudine e con fierezza di aver partecipato come vescovo al Concilio Vaticano II “dal primo all’ultimo giorno” (Testamento, cit.) ed era convinto che “ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle sue ricchezze”. Il Concilio è stato per lui bussola di orientamento nel servizio pastorale universale, per la Chiesa e per l’umanità intera.

Una delle parole del Concilio che tornava più spesso sulle sue labbra afferma che “Cristo, il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS, n.22). Proprio perché ne era assolutamente convinto, Giovanni Paolo II poteva esclamare con forza impressionante, fin dalla prima indimenticabile omelia, all’inaugurazione del suo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! … Solo Cristo sa che cosa è nell’uomo, solo Cristo ha parole di vita eterna!” (22 ottobre 1978).

Per la solidità di questa convinzione il santo Papa poteva rivolgersi con autorità e fermezza non solo ai fedeli cattolici, ma anche ai popoli e ai governanti, perché fossero consapevoli delle loro responsabilità per la difesa della giustizia, della dignità delle persone umane, della pace.

Ricordiamo con gratitudine e ammirazione il suo instancabile servizio della pace, i suoi moniti appassionati, le iniziative diplomatiche per cercare fino all’ultimo di scongiurare le guerre. E ciò fino ai tempi estremi della sua vita, quando la fragilità delle forze fisiche già era evidente, e benché molti dei suoi appelli e moniti restavano purtroppo inascoltati, come avviene anche ai grandi profeti. 

La figura di questo mondo cambia rapidamente. San Giovanni Paolo II nel corso della sua vita e del suo lunghissimo pontificato aveva visto cambiare molte cose, e molte sono ancora cambiate in questi ultimi vent’anni. Ma la testimonianza dei Santi rimane solida e viva come la fedeltà di Dio su cui è fondata. A loro possiamo dunque rivolgerci come intercessori per ricevere con abbondanza la grazia divina di cui oggi abbiamo bisogno. Grazia per il cammino della Chiesa, grazia per la salvezza di tutte le persone umane, grazia per ricostruire continuamente la pace nelle nazioni e fra di esse, perché abbia di nuovo senso parlare di “famiglia dei popoli” – come faceva appunto quel santo Pontefice abbracciando nell’amore il mondo intero.

Concludendo l’omelia per le esequie di Giovanni Paolo II, il cardinale Ratzinger – allora decano del Collegio cardinalizio e pochi giorni dopo suo successore -, affidava la sua cara anima alla Madre di Dio, che lo aveva guidato ogni giorno e che ora lo guidava alla gloria eterna del suo Figlio, e interpretava la certezza del popolo sulla santità del Papa defunto rivolgendosi direttamente a lui che, “affacciato alla finestra della casa del Padre”, ci vedeva e ci benediceva: “Sì, ci benedica, Santo Padre!”.

Anche noi oggi, come gli innumerevoli pellegrini che venendo continuamente in questa Basilica domandano anche la sua intercessione presso l’altare dove riposa il suo corpo, ripetiamo ancora: “Ci benedica, Santo Padre Giovanni Paolo II! Benedica questa Chiesa del Signore in cammino, perché sia pellegrina di speranza. Benedica questa umanità lacerata e disorientata, perché ritrovi la via della sua dignità e della sua altissima vocazione, perché conosca la ricchezza della misericordia, dell’amore di Dio!”.

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