La fine di Hollywood

Con l’eccezione della migliore attrice protagonista, l’irlandese Jessie Buckley del film “Hamnet” e poco altro, si è trattato della peggiore edizione di sempre dei premi Oscar.

Per dire questo, basta guardare i 4 film più premiati: 6 premi per “Una battaglia dopo l’altra”, 4 per “I peccatori”, 3 per “Frankenstein” e 2 per “K Pop Demon Hunters”. 15 oscar in totale per dimostrare al mondo che il vero cinema, o anche solo i film decenti, non sono più i benvenuti ad Hollywood.

“Una battaglia dopo l’altra”, al quale ho già dedicato un articolo, giustamente trionfa in un’edizione del genere, grazie alla sua capacità di distruggere in un colpo solo la credibilità e la carriera di alcuni dei più celebri cineasti dei nostri tempi (Paul Thomas Anderson, Sean Penn e DiCaprio in primis), la capacità di resistenza dello sventurato pubblico, che dopo i primi 20 minuti controlla dove si trovino le uscite d’emergenza della sala e l’idea della “sinistra” americana di oggi. La California di “Fragole e sangue” e “Zabriskie Point”, entrambi del 1970, oggi è infatti un ricordo lontano, sostituita da un vomitevole miscuglio di ideologia malata, droga e caos al quale si preferirebbe quasi qualunque alternativa (vedi la vittoria di Trump). Ad esemplificare tutto questo basta la vittoria di Sean Penn con il suo terzo Oscar da attore in soli 22 anni. Invito i lettori, infatti, a guardare “Mystic River” e “Milk” e a confrontare quelle interpretazioni con quella di “Una battaglia dopo l’altra”: vi sconcerterà.

Quanto a “I peccatori”, i riconoscimenti rispondono primariamente alla necessità di premiare la comunità di colore. Il film stesso, d’altronde, fa parte di un filone recente che vede gli afroamericani come protagonisti (improbabili) di vicende spesso ambientate nel passato, come se un’operazione del genere potesse cambiare la Storia, mentre piuttosto impedisce che un vero progresso arrivi oggi o in futuro: difatti, si sostituisce il reale impegno per il cambiamento con una volgare illusione. Quanto a “Frankenstein”, esso fa parte invece di questa smania di rifacimenti degli ultimi anni, che a sua volta invece di guardare avanti rimesta nel passato, ottenendo peraltro risultati clamorosamente peggiori rispetto ai film precedenti che spesso erano stati realizzati non molti anni primi e i quali, a loro volta, frequentemente costituivano già dei rifacimenti.

Quanto a “K Pop Demon Hunters”, esso è in linea con una tendenza dell’animazione, per bambini e non, che dilaga a livello internazionale, soprattutto su internet. Il problema è che si tratta di una tendenza disastrosa, una deriva di contenuto e di forma che andrebbe contrastata, non cavalcata. Una volta di più, ci si apre al presente e al futuro solo in maniera deteriore, seguendo le mode peggiori del momento per poter far credere di essere al passo coi tempi, salvo poi prendere le distanze da quasi tutto quello che nel mondo avviene veramente e da ciò di cui veramente ci sarebbe bisogno. Brillante eccezione, a questo proposito, l’intervento di Javier Bardem alla cerimonia degli Oscar, dove ha parlato di Palestina libera, anche se questo non cancella l’onta e il disgusto da parte del mondo intero per la mancata premiazione di “La voce di Hind Rajab”, l’unico film che avrebbe meritato certamente un riconoscimento sia per meriti artistici che civili ed umani.

Evidentemente, questo non rappresenta più una priorità per chi assegna la statuetta. Inoltre, questa edizione segnala un’inedita attenzione al cinema horror e dintorni, quasi un lapsus freudiano che tradisca la consapevolezza dell’orrore di questa premiazione. A proposito di orrore, vengono immediatamente in mente le famose parole di Marlon Brando in “Apocalypse Now” (1979) e in effetti Hollywood somiglia molto all’accampamento del personaggio interpretato da Brando, un generale impazzito che si è proclamato “re della giungla” laddove la sua deriva mentale tradisce quella conradiana della mentalità occidentale, stravolta ma anche “affascinata” dalle atrocità causate da essa stessa e capace solo di continuare su quella strada. All’epoca, però, il cinema si identificava nel personaggio interpretato da Martin Sheen, l’ufficiale che supera il proprio trauma proprio affrontando Brando e portando così, simbolicamente e ritualmente, alla (possibile) catarsi, al contempo antica e moderna, proprio della cultura occidentale. Insomma, ci si metteva dalla parte della cura, non della malattia. Invece, secondo i dettami terroristici del politically correct (o woke o cancel culture che dir si voglia) si arriva a difendere la malattia, il male stesso, fino al punto di l’identificarsi con esso, incapaci di riconoscere il bene proprio perché si è rinunciato alla capacità di distinguere, al discernimento, all’intelligenza. Vedendo solo l’orrore, appunto, si precipita in esso.
Eppure, altri bei film ci sarebbero. Oltre a quelli, davvero notevoli, che ho descritto nel mio articolo sulla Festa del Cinema di Roma, vorrei segnalare “L’isola dei ricordi”, che trovate già al cinema, e “I Swear” di Kirk Jones, che deve ancora uscire nelle sale e forse si trover prima sulle piattaforme. Insomma, per fortuna, non c’è solo Hollywood.

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