Papa Leone XIV torna nell’appartamento papale

Papa Leone XIV ha finalmente potuto prendere possesso dei suoi appartamenti.

La sua decisione di tornare nelle stanze che spettano al Pontefice ci ha rallegrato in molti. Non per uno strano retaggio del passato, ma perché la tradizione della nostra amata Chiesa è talmente bella e preziosa, che va rispettata ed onorata in tutti i suoi aspetti.

Leone XIV, l’11 maggio 2025 aveva rimosso i sigilli apposti all’appartamento papale del Palazzo Apostolico il 21 aprile, in seguito alla morte di Bergoglio, che non vi abitava perché aveva deciso di risiedere in un luogo molto differente, ossia a Casa Santa Marta.

Il Santo Padre Leone XIV ha però dovuto pazientare per poter prendere possesso dei suoi appartamenti addirittura fino al 14 marzo scorso, in quanto l’essere stati disabitati per più di dieci anni ha reso necessario una lunga ristrutturazione.

 L’appartamento pontificio, situato nella Terza Loggia del Palazzo Apostolico, si compone di alcuni spazi tra cui lo studio privato, da cui il Papa si affaccia per l’Angelus in Piazza San Pietro, la Biblioteca e una piccola cappella.

Una lunga storia ci parla dell’appartamento papale all’interno dei Sacri Palazzi. È affascinate, per una storica della Chiesa come me, farne un racconto, dettagliato, seppur obbligatoriamente conciso.

Quello che il mondo chiama comunemente “appartamento papale” è molto più di una residenza: è il baricentro simbolico di un potere millenario.

Eppure, nella storia moderna della Chiesa, questo luogo ha conosciuto rifiuti incomprensibili, silenzi eloquenti, e riflessioni spirituali di straordinaria profondità. Capire la storia dell’appartamento papale significa capire qualcosa di essenziale su come il papato ha interpretato se stesso nel corso degli ultimi secoli.

Le origini della residenza papale nel Palazzo Apostolico risalgono al pontificato di Niccolò III (1277–1280), che avviò i lavori di costruzione del complesso adiacente alla Basilica di San Pietro. Ma è con il ritorno da Avignone, nel 1377, e soprattutto con i grandi pontefici del Rinascimento, da Niccolò V a Giulio II, da Sisto IV a Leone X, che il palazzo assume le caratteristiche architettoniche e simboliche che ancora oggi riconosciamo.

La scelta di far affrescare le Stanze da Raffaello, a partire dal 1508 per volontà di Giulio II, non fu solo un atto di mecenatismo artistico: fu una dichiarazione teologica e politica. Le scene dipinte: la Disputa del Sacramento, la Scuola di Atene e l’Incendio di Borgo celebravano la sintesi tra fede cristiana e sapere classico, il papato come erede legittimo di Roma e custode della civiltà. Il pontefice che abitava quelle stanze era, nell’immaginario del tempo, un principe tra i principi, un monarca tra i monarchi.

Il primo Papa a vivere in questi spazi fu San Pio X (1903-1914).

Ma ad incarnare il culmine dell’estetica del potere sacro fu il pontificato di Pio XII (1939–1958). Eugenio Pacelli, di nobile famiglia romana, aveva una percezione quasi aristocratica della dignità papale. Pio XII governò la Chiesa attraverso una stagione devastante -la guerra, la Shoah, la Guerra Fredda – dall’interno di quelle mura, e, ancora oggi, il dibattito storico sul suo operato rimane aperto e controverso. Ma nessuno ha messo in dubbio che Egli incarnasse pienamente, nella forma e nella sostanza, l’idea di un papato “regale”.

Fu il suo successore a rompere per la prima volta, con gesto quasi inconsapevole, quell’incantesimo. Giovanni XXIII, Angelo Giuseppe Roncalli, bergamasco di nascita e di formazione diplomatica – si insediò nell’appartamento papale nel 1958 con la semplicità bonaria che lo avrebbe reso celebre. Ma presto cominciò a manifestare un disagio per qualcosa che le cronache vaticane del tempo registrarono con una certa sorpresa: la solitudine.

Paolo VI (1963–1978) e Giovanni Paolo II (1978–2005) riportarono l’appartamento al centro della vita pontificia, ciascuno con la sua peculiarità.

 Giovanni Battista Montini era un intellettuale raffinato, milanese di sensibilità crepuscolare: abitò quelle stanze con la malinconia del pastore che conosce il peso del gregge. Il suo pontificato – segnato dalla chiusura del Concilio Vaticano II, dalla contestazione interna alla Humanae Vitae del 1968, dagli anni di piombo italiani – lo vide consumarsi lentamente nell’isolamento del palazzo. La sera del 6 agosto 1978, quando morì, le luci dell’appartamento si spensero come sempre, ma il mondo non lo sapeva ancora.

Karol Wojtyła, Giovanni Paolo II, era carismatico e profondamente predisposto alla comunicazione. Veniva da Cracovia, aveva camminato sui monti Tatra, aveva recitato a teatro, era sopravvissuto al nazismo e al comunismo. Quando arrivò a Roma nel 1978 e si insediò nell’appartamento, lo abitò con un’energia fisica che spiazzò la Curia. Trasformò l’appartamento in un luogo di lavoro instancabile, di preghiera profonda e di incontri che avrebbero segnato la storia, tra cui quello, nel 1982, con l’attentatore Mehmet Ali Ağca, che andò a visitare in carcere dopo la grazia.

Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, era entrato nell’appartamento papale già centinaia di volte nei suoi ventitré anni di prefettura della Congregazione per la Dottrina della Fede. Lo conosceva bene: la luce che cambia nelle ore del pomeriggio e il rumore sordo della piazza che sale dal basso. Quando divenne papa nel 2005, a settantotto anni, l’appartamento lo accolse come un conoscente di vecchia data. Lui lo abitò con la discrezione del professore che non si è mai sentito a proprio agio nelle luci della ribalta.

L’11 febbraio 2013, Benedetto XVI annunciò in latino, durante un Concistoro, la sua rinuncia al ministero petrino. Era la prima volta in quasi sei secoli che un papa lasciava il pontificato da vivo. E, in tal modo, lasciava anche l’appartamento. Si trasferì, dopo la conclusione del pontificato il 28 febbraio, nel Monastero Mater Ecclesiae all’interno dei Giardini Vaticani, dove avrebbe vissuto fino alla morte, il 31 dicembre 2022. Il suo ritiro nel monastero fu un atto denso di significato teologico: il papa emerito che sceglie il silenzio e la preghiera, che si fa da parte perché il ministero richieda energie che lui non sente più di avere.

Il 13 marzo 2013, quando Jorge Mario Bergoglio apparve per la prima volta dalla loggia della Basilica di San Pietro, già diede i primi segnali di rottura con la tradizione. E di lì a poco si ebbe la notizia che il nuovo pontefice non avrebbe abitato l’appartamento papale. Francesco scelse di restare alla Domus Sanctae Marthae, la residenza dei cardinali che partecipano al Conclave, costruita nel 1996 per volontà di Giovanni Paolo II. Un edificio funzionale, quasi anonimo, con corridoi da albergo e stanze ordinarie. Bergoglio stesso spiegò che preferiva vivere in comunità, incontrare persone ogni giorno e non essere isolato.

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