Papa Leone XIV in Africa, giorni di pace e dialogo

Il Viaggio Apostolico di Papa Leone XIV in Africa è stato da lui stesso definito come «un tesoro di fede, di speranza e di carità», che lascia in qui luoghi visitasti un magistero di pace che brucia come brace sotto la cenere della storia africana.

Si è trattato del terzo viaggio apostolico del pontificato, il più lungo e articolato per estensione geografica e densità programmatica ed è stato molto di più di un pellegrinaggio diplomatico. È stato infatti un atto teologico e politico insieme, una lettura coraggiosa del presente attraverso la grammatica del Vangelo.

La scelta dell’Algeria come prima tappa non è stata casuale, e chi conosce la biografia spirituale di Papa Leone XIV lo sapeva già. Agostiniano di formazione, già due volte pellegrino ad Annaba, la terra dell’antico vescovo di Ippona, il Papa ha costruito l’intero viaggio su un fondamento teologico preciso: la pace nasce dalla conversione interiore, e la conversione nasce dall’incontro con Dio.

Ad Algeri, davanti alle autorità e al corpo diplomatico riuniti nel centro convegni della grande moschea di Djamaâel-Djazaïr, Leone XIV si è presentato con parole che nessun protocollo aveva previsto nella loro semplicità disarmante: «Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace, desideroso di incontrare il nobile popolo algerino. Siamo fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso Padre nei Cieli». Ha richiamato la figura di sant’Agostino come «un ponte molto importante nel dialogo interreligioso», e questo in un Paese a stragrande maggioranza musulmana, dove la piccola comunità cristiana vive da minoranza silenziosa e fedele.

Nel libro d’onore, Leone XIV ha lasciato scritto: «Possa la misericordia dell’Altissimo custodire nella pace e nella libertà il nobile popolo algerino e l’intera famiglia umana». Una frase che è al tempo stesso preghiera, augurio diplomatico e programma ecclesiologico.

A Yaoundé, la capitale del Camerun, Leone XIV ha visitato l’Università Cattolica dell’Africa Centrale, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale. Davanti a studenti e docenti, il Pontefice ha lanciato un appello rivolto ai giovani tentati dall’emigrazione: «Vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui». Un invito che suona anticonformista in un’epoca in cui la fuga dei cervelli impoverisce sistematicamente il continente, ma che è teologicamente fondato: la vocazione non è evasione dal reale, ma incarnazione in esso.

La tappa più attesa — e la più teologicamente densa — è stata quella di Bamenda, capoluogo della regione anglofona del Nord-Ovest, epicentro della crisi separatista che dal 2017 ha insanguinato il Paese con migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. Una guerra dimenticata dai grandi media, ignorata dalle cancellerie, sopportata da una popolazione sfinita. Leone XIV ha scelto di andarci. Non per conferenze diplomatiche, ma per stare in mezzo allepersone.

Nella cattedrale di San Giuseppe, in un incontro per la pace che ha raccolto cristiani e musulmani, anziani e giovani, sopravvissuti e costruttori di futuro, il Papa ha pronunciato parole che resteranno nella storia del suo pontificato: «Come sono belli anche i vostri piedi, impolverati da questa terra insanguinata ma fertile, maltrattata, eppure ricca di vegetazione e di frutti». Ha elogiato il Movimento per la Pace nato spontaneamente dalla collaborazione tra leader religiosi cristiani e musulmani durante la crisi: «Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo. La vostra testimonianza, il vostro impegno per la pace può essere un modello per il mondo intero».

Ma il Papa non si è limitato alla consolazione. Ha denunciato, con toni profetici che hanno fatto risuonare la cattedrale, i «signori della guerra» che «fingono di non sapere che basta un attimo per distruggere, mentre spesso una vita intera non basta per ricostruire». Ha parlato di un «mondo capovolto», dove i profitti delle risorse naturali africane finiscono in armamenti invece che in ospedali e scuole. E ha lanciato un anatema preciso: «Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Il vescovo di Bamenda, monsignor Andrew Nkea Fuanya, nell’accoglierlo ha parlato di «una sferzata di energia spirituale, incoraggiamento morale, sprone psicologico e consolazione fisica». La colomba della pace liberata alla fine dell’incontro — fotografata da decine di agenzie internazionali — è diventata il simbolo di una tappa che il Camerun non dimenticherà.

L’Angola è un Paese che porta ancora le cicatrici di una guerra civile durata quasi tre decenni (1975-2002), una delle più devastanti del continente africano. È anche un Paese di risorse immense — petrolio, diamanti, terre fertili — distribuite con un’iniquità che offende la ragione prima ancora che la coscienza cristiana.

A Luanda, il Palazzo Presidenziale ha accolto Leone XIV con la solennità dei protocolli di Stato. Il Pontefice ha però subito spostato il baricentro e ha espresso solidarietà alle vittime delle inondazioni che avevano colpito la provincia di Benguela nei giorni precedenti, e ha detto di venire in Angola «come pellegrino che cerca i segni dei passaggi di Dio in questa terra da Lui amata». Un’impostazione che pone il viaggio apostolico fuori dalla logica delle visite di Stato e lo proietta nella dimensione del pellegrinaggio — cioè della ricerca, non dell’affermazione.

La giornata del 19 aprileha avuto il suo culmine a Muxima, il santuario mariano più venerato dell’Angola, costruito sulle rive del fiume Kwanza. Sua Eminenza, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, lo aveva definito come il luogo che «rappresenta la vitalità della fede che ha aiutato il popolo angolano a superare le varie vicende tristi della sua storia». Migliaia di fedeli si erano radunati fin dall’alba e la preghiera del Rosario guidata dal Papa nel santuario della «Mama Muxima» — la Madonna delle fattezze africane venerata come madre e protettrice — ha avuto la forza silenziosa di ciò che non ha bisogno di parole per essere compreso.

A Saurimo, nell’est del Paese, regione mineraria e un tempo teatro di durissimi combattimenti, il Papa ha incontrato le comunità locali, chiudendo così un arco simbolico che va dalla capitale all’entroterra, dal potere al popolo, dalla diplomazia alla pastorale.

Nell’ultima tappa: Malabo, Mongomo, Bata si è avuto un momento di grande suggestione ed emozione. Quando sotto la pioggia torrenziale, il Papa, invece di rifugiarsi sotto le tensostrutture, si è fermato a guardare con profondità la folla raccolta nello Stadio di Malabo: trentamila fedeli con i piedi nudi nel fango della terra rossa, e con il sudore che di mischiava alla pioggia. Quella stessa pioggia di cui  il Santo Padre aveva parlato il giorno precedente, sottolineando: «La pioggia è una benedizione di Dio», quando si trovava nella prigione di Bata per un incontro con i detenuti.Si è trattato di uno dei momenti più toccanti dell’intero viaggio, luminoso nella teologia del Pontefice: Cristo è con gli ultimi, con i dimenticati, con chi porta su di sé il peso di una condanna.

L’ultima tappa di questo lungo e sentito viaggio apostolico è stata la Guinea Equatoriale, che è il Paese più cattolico dell’Africa subsahariana in occasione del 170° anniversario dell’inizio dell’evangelizzazione del Paese (1855-2025). Sul palco allestito nello Stadio di Malabo, tra i rilievi di baobab intagliati nel legno e la statua della NuestraSeñora de Bisila — la Vergine dalle fattezze indigene — le parole finali del Pontefice hanno assunto il tono del congedo e insieme del mandato: «Beati gli operatori di pace. Beati gli artigiani di pace. Beati coloro che lavorano per la pace».

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