Uno dei fenomeni più strani ai quali stiamo assistendo negli ultimi anni (e sono molti) riguarda il cambiamento nell’attrazione esercitata dalle metropoli e dai Paesi più “avanzati”. Mi riferisco al fatto che, se per tutto il Novecento, e fino a pochi anni fa, erano le grandi capitali del mondo come Londra, Parigi, Berlino e Tokyo, insieme ai loro rispettivi stati, a guidare i desideri e gli spostamenti delle masse, oggi si assiste ad un incredibile ribaltamento. O meglio, tale attrazione viene messa profondamente in dubbio. Tutto questo nasce da alcuni motivi di fondo: innanzitutto, andare a vivere in una di quelle ambite mete non garantisce più possibilità lavorative e di guadagno così probabili ed interessanti, per non parlare dei prezzi per il vitto e l’alloggio. Inoltre, gli sviluppi tecnologici hanno giocato un brutto scherzo ai centri più avanzati, poiché infatti ora non è più necessario trovarsi, ad esempio, a Milano per poter fare esperienza ed usufruire di larga parte dei servizi e dell’intrattenimento che si può avere ovunque grazie ad internet. Durante il covid infatti, come ricordiamo tutti, esplose il fenomeno dello smart working, che mise in evidenza questa nuova realtà: non solo non è più indispensabile, ma spesso è addirittura meglio restare nella propria casa (magari in campagna o al mare) per lavorare. Ma il punto che volevo approfondire è un altro. Esiste un’infinità di libri, canzoni e film che celebrano la vita nella grande città, in particolare come luogo d’incontro tra persone, di solito giovani, estasiati dalle nuove prospettive e dalle grandi possibilità di socializzazione offerte da tali nuove circostanze, così diverse da quelle dei piccoli centri. Potersi confondere meravigliosamente nella massa per trovare finalmente se stessi. Ma anche ciò, per l’appunto, non è più vero. Difatti, lungi ormai dal trasmettere novità ed entusiasmo ai giovani, le grandi città, in particolare nei Paesi più sviluppati, appaiono oggi come una palude imbonificabile, un’infelice accozzaglia di passanti che si trovano nello stesso luogo alla stessa ora senza avere nulla a che fare gli uni con gli altri. Ma c’è di peggio. Oltre all’età media altissima della popolazione, ai fenomeni migratori incontrollati e al turismo selvaggio, le grandi città sono anche i luoghi più assediati dalle nuove tendenze woke. Ecco allora che, invece di forgiare i grandi personaggi del futuro, invece di dare la possibilità ai giovani di realizzare il loro potenziale, la metropoli li avvilisce e li indottrina, facendone una massa confusa, infelice e anche colpevolizzata. Insomma, luoghi come il Nord Europa, faro di civiltà, lavoro e libertà, si sono ridotti ormai ad essere un ingestibile coagulo di realtà (potenziali e parziali) incompatibili tra loro ma uniformemente plagiate.
Ecco allora che, per contro, i luoghi più impensabili si ritrovano ad avere un’enorme attrattiva. È il caso dei paesi dell’Europa Orientale, dalla Polonia giù fino alla ex-Jugoslavia, e più in generale di molti luoghi del mondo storicamente infelici, travagliati e abbandonati, che scoprono però di avere delle caratteristiche oggi rare e ricercate: una forte, definita ed omogenea identità, una tradizione ancora vivente (senza rinunciare al moderno e alla tecnologia), usi, costumi e luoghi di aggregazione che mettono ancora al centro la persona e la comunità. Ecco allora che città come Bratislava possono oggi risultare più desiderabili della California! Ciò che fino a ieri veniva considerato arretrato e improponibile, risulta oggi infinitamente più interessante ed accessibile di un buco infestato da scarafaggi a New York. Non si tratta di una svolta reazionaria, bensì della volontà di non arrendersi a un mondo che, dichiarandosi (falsamente) migliore, non viene più percepito come il proprio, e dal desiderio ancora forte di voler realizzare i propri sogni e sopperire alle proprie necessità, anche se in luoghi impensati. Del resto, molto di ciò che accade oggi nel mondo ci fa scoprire (o riscoprire) che i valori e l’autenticità sono in grado di prevalere anche contro avversari apparentemente invincibili e addirittura di batterli al loro gioco.
Una deliziosa anticipazione di tutto questo è presente nel film “Lisbon Story” (1994) di Wim Wenders. Anche se non molto considerato, se non per la colonna sonora dei Madredeus, personalmente lo ritengo uno dei suoi migliori e, quindi, uno dei migliori film degli ultimi 40 anni. Realizzato per celebrare i 100 anni del Cinema, ha un esordio strabiliante: nel momento in cui, per la prima volta, fu possibile attraversare l’Europa senza fermarsi alla dogana, il protagonista si reca dalla Germania al Portogallo. È proprio lo “arretrato” stato lusitano ad essere scelto come luogo in cui recarsi e nel quale l’arte e la gioia di vivere possono rinascere. Il progresso insomma, pasolinianamente parlando, non consiste nello sviluppo fine a sé stesso, ma nel procedere, intatti, per la propria strada.