
Immagine di Martina Luise
Il 1° luglio 2026, nel seminario svizzero di Écône, si è consumato un atto che la storiografia ecclesiastica ricorderà come una replica quasi cerimoniale di un qualcosa di già visto: la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio, incorrendo — secondo il diritto canonico — nella scomunica lataesententiae, automatica, non dichiarativa ma constatativa. Il giorno successivo, il 2 luglio, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha formalizzato con un decreto la scomunica del vescovo consacrante, monsignor Alfonso de Galarreta, del co-consacrante Bernard Fellay e dei quattro nuovi presuli. È la seconda volta nella storia della Fraternità che accade: la prima fu il 30 giugno 1988, quando un Marcel Lefebvre ormai morente, affiancato dal vescovo brasiliano Antônio de Castro Mayer, ordinò senza autorizzazione Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e lo stesso Alfonso de Galarreta.
Nel caso attuale sembra che la storia si ripeta in modo quasi letterale, fin nei toponimi e nei cognomi. Vale dunque la pena ricostruirecome si sia arrivati a questo nuovo strappo e perché la ferita aperta dal Concilio Vaticano II continui, a distanza di sessant’anni, a non rimarginarsi.
Marcel Lefebvre, già arcivescovo di Dakar e superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, apparteneva durante il Vaticano II (1962-1965) alla minoranza conciliare più critica verso le riforme in discussione. Va detto, per onestà storica, che egli firmò comunque la costituzione liturgica SacrosanctumConcilium; il rifiuto radicale maturò negli anni successivi, di fronte all’attuazione pratica della riforma liturgica di Paolo VI, alla dichiarazione sulla libertà religiosa DignitatisHumanae e all’apertura ecumenica sancita da UnitatisRedintegratio e Nostra Aetate. Nel 1970 Lefebvre fondò a Friburgo, con l’approvazione del vescovo locale François Charrière, la Fraternità Sacerdotale San Pio X, concepita come società di vita apostolica per la formazione di sacerdoti fedeli al messale tridentino del 1962.
Il nodo dottrinale, allora come oggi, non è primariamente liturgico ma ecclesiologico: i lefebvriani non contestano soltanto il gusto per il rito antico, bensì l’intera ermeneutica del Concilio nei punti della libertà religiosa, della collegialità episcopale e del dialogo interreligioso, che considerano in rottura — e non in continuità, secondo la nota formula ratzingeriana — con il magistero precedente.
Dopo anni di trattative infruttuose — incluso un accordo dottrinale raggiunto e poi ritirato nel maggio 1988 con l’allora cardinale Joseph Ratzinger — Lefebvre decise di procedere comunque alle ordinazioni episcopali, convinto che la sopravvivenza della “Tradizione” richiedesse uno “stato di necessità” capace di rendere lecito ciò che in condizioni ordinarie sarebbe proibito. Giovanni Paolo II rispose il 1° luglio 1988 con il motu proprio Ecclesia Dei adflicta, che dichiarò l’atto scismatico e sancì la scomunica automatica dei consacranti e dei consacrati, istituendo al contempo la Pontificia Commissione Ecclesia Dei per favorire il ritorno alla piena comunione dei tradizionalisti non allineati alla Fraternità.
Il pontificato di Benedetto XVI segnò la stagione più favorevole al riavvicinamento. Il motu proprio SummorumPontificum del 2007 liberalizzò l’uso del messale del 1962 come “forma straordinaria” del rito romano, togliendo di fatto ai lefebvriani uno dei loro argomenti più forti. Il 24 gennaio 2009 lo stesso Ratzinger revocò la scomunica ai quattro vescovi ordinati nel 1988, chiarendo in una lettera ai vescovi di tutto il mondo che la scomunica “riguarda le persone, non le istituzioni”: la Fraternità restava dunque canonicamente irregolare, priva di un riconoscimento giuridico stabile, pur senza più il peso della censura sui suoi presuli. I negoziati dottrinali degli anni successivi, tuttavia, non approdarono a un accordo: la proposta presentata nel 2012 dal cardinale Darío Castrillón Hoyos non fu ratificata dal superiore generale della Fraternità.
Bergoglio proseguì su una linea di apertura pastorale senza risolvere il nodo giuridico: concesse ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e, a certe condizioni, di assistere validamente ai matrimoni — atti che presuppongono la giurisdizione della Chiesa. Nel 2019, tuttavia, soppresse la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, trasferendone le competenze al Dicastero per la Dottrina della Fede: un segnale che il “caso lefebvriano” veniva ricondotto, anche simbolicamente, nell’alveo ordinario della vigilanza dottrinale piuttosto che in un dicastero dedicato alla riconciliazione.
Il nuovo capitolo si è aperto il 2 febbraio 2026, quando la Fraternità ha annunciato pubblicamente l’intenzione di consacrare quattro nuovi vescovi il 1° luglio successivo, giustificando la scelta con quella che i suoi comunicati hanno definito “Operazione Sopravvivenza 2”: i due vescovi ancora in vita, Fellay e de Galarreta, sono entrambi avanzati negli anni, e la Fraternità sostiene di aver bisogno di nuovi presuli per garantire ordinazioni sacerdotali, cresime e la continuità della propria missione. Il 12 febbraio il superiore generale, don Davide Pagliarani, è stato ricevuto a Roma dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, cardinale Víctor Manuel Fernández, in un tentativo di dialogo che non ha sortito l’effetto sperato. Il 13 maggio il Dicastero ha diffuso un primo avvertimento formale, ribadendo che l’adesione a ordinazioni episcopali senza mandato avrebbe comportato la scomunica prevista dal diritto canonico.
Il 24 giugno la Fraternità ha reso pubblico un testo dal titolo Professione di fede cattolica per illuminare le anime di fronte agli errori moderni, inviato al Papa e ai cardinali: un documento che rivendica fedeltà alla fede degli apostoli respingendoin blocco liberalismo, indifferentismo, modernismo, ecumenismo e laicismo, categorie dottrinali che riecheggiano quasi testualmente il lessico antimodernista di inizio Novecento.
Di fronte all’imminenza delle ordinazioni, Papa Leone XIV ha scelto la via dell’appello personale. In una lettera datata 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, e resa pubblica il giorno successivo, il Pontefice si è rivolto “con animo paterno” al superiore generale e, per suo tramite, “ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità”, riconoscendo il loro “attaccamento alla vita liturgica” ma chiedendo con fermezza di “tornare sui propri passi”. L’argomento teologico più significativo messo in campo dal Pontefice non riguardava l’autorità in sé, quanto il bene delle anime dei fedeli: un atto scismatico, spiegava la lettera, avrebbe reso illeciti — e in alcuni casi, come la confessione e il matrimonio, persino invalidi — i sacramenti amministrati dai nuovi consacrati.
La risposta di don Pagliarani, giunta a stretto giro, è stata un capolavoro di ambiguità retorica: un ringraziamento per la “premura” del Pontefice, accompagnato dalla richiesta della sua benedizione, ma senza alcuna rinuncia al proposito. Pagliarani ha anzi ribaltato l’argomento papale a proprio favore, osservando che se Leone XIV lo esortava a evitare uno scisma “che, teoricamente, si sarebbe già verificato” nel 1988, ciò dimostrerebbe — a suo dire — che la Fraternità non è mai stata realmente scismatica. Un sillogismo che il magistero romano non ha mai accettato, ma che resta il cuore dell’autopercezione lefebvriana: quella di una comunità in stato di necessità, non di ribellione.
Il primo luglio però, nonostante l’appello papale, la cerimonia si è svolta come previsto nel seminario di Écône, quartier generale storico della Fraternità e luogo simbolico delle ordinazioni del 1988. Monsignor de Galarreta, assistito da Fellay, ha consacrato quattro sacerdoti: lo svizzero Pascal Schreiber, lo statunitense Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier.
Il giorno seguente, 2 luglio, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha preso atto formalmente della rottura con un decreto e una nota esplicativa, dichiarando lo scisma della Fraternità e la scomunica dei vescovi coinvolti, e ammonendo chierici e fedeli sulle conseguenze sacramentali dell’atto.
Nei giorni successivi la Fraternità ha scritto nuovamente a Papa Leone XIV, in una lettera dal tono volutamente evangelico: si dichiara pronta ad “accogliere queste nuove sanzioni — oggettivamente ingiuste e invalide — senza amarezza o ribellione”, ricorrendo a un’immagine biblica capovolta — “avevamo chiesto un pesce… abbiamo ricevuto un serpente” — per descrivere la propria condizione di comunità perseguitata mentre si professa fedele “alla nostra Madre, la Chiesa romana”. È una retorica che la Fraternità utilizza ininterrottamente dal 1988: l’autorappresentazione come custode fedele di una Tradizione tradita dai suoi stessi pastori, un martirologio dottrinale che rovescia l’accusa di disobbedienza in prova di ortodossia.
Questa vicenda si inserisce in un momento di tensioni su fronti opposti dello spettro ecclesiale. Nelle stesse settimane, infatti, il Dicastero per il Culto Divino ha respinto una richiesta dell’ala progressista dell’episcopato tedesco di affidare le omelie a laici, ribadendo che la disciplina liturgica “non è solo una norma” ma “deriva dalla natura stessa della liturgia”. Papa Leone XIV si trova dunque a gestire, quasi simultaneamente, la resistenza di un’ala tradizionalista che rifiuta il Concilio come tradimento e le spinte di un’ala progressista che ne vorrebbe un’applicazione ben più estensiva: un doppio fronte che riflette, in fondo, la difficoltà mai risolta di una ricezione univoca del Vaticano II, sessant’anni dopo la sua conclusione.
Dal punto di vista canonico, la scomunica dei nuovi vescovi e dei consacranti non tocca automaticamente i circa 733 sacerdoti, 145 fratelli, 250 suore, 268 seminaristi e il mezzo milione di fedeli stimati nell’orbita della Fraternità nel mondo; ma la dichiarazione di scisma dell’istituzione nel suo complesso pone questioni delicate sulla liceità e, in alcuni casi, sulla validità dei sacramenti amministrati — in particolare confessione e matrimonio, per i quali serve la giurisdizione della Chiesa che ora viene meno.
A sessant’anni dal Concilio Vaticano II e a trentotto dalla prima scomunica, il caso lefebvriano dimostra quanto sia arduo, per la Chiesa cattolica, ricomporre una frattura che non è mai stata soltanto disciplinare. Dietro la questione della messa in latino, del ad orientem, delle rubriche del 1962, si agita una domanda più profonda e mai davvero risolta: se il Concilio abbia rappresentato una riforma nella continuità della Tradizione, come ha sempre sostenuto il magistero da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI fino a Leone XIV, o una rottura che autorizza — come sostiene la Fraternità — misure “eccezionali” per preservarne l’eredità precedente. È una disputa che appartiene, in ultima istanza, alla teologia della storia della Chiesa più che alla cronaca: e come i fatti dimostrano, resta lontana da una soluzione condivisa.